Perché Giorgia Meloni ha perso il treno. Forse per sempre

Il Governo Draghi è un governo atlantista ed europeista. Ma soprattutto è l'ostacolo insormontabile al ritorno dei sovranisti al governo almeno finché Biden sarà Presidente degli USA
Il Governo Draghi è un governo atlantista ed europeista. Ma soprattutto è l’ostacolo insormontabile al ritorno dei sovranisti al governo almeno finché Biden sarà Presidente degli USA

Il suicidio dei Partiti italiani, giunti allo stremo dopo il fallimento del sovranismo e dello Stato (Im)prenditore (vogliamo mettere una pietra tombale sulla Razza Padrona degli Arcuri, delle Primule Petalose, del flop Mascherine su cui indaga la procura e sui “vaccini di Zaia”, di cui non si sa chi siano i venditori – gli acquirenti e se sia stata mantenuta rigorosamente la catena del freddo?), l’implosione della Partitocrazia ha generato un fiore nel deserto: il governo Draghi. Il capolavoro politico di Berlusconi, la sua vera eredità.

Ora che il dado è tratto, il governo è finalmente operativo, ammettiamolo: Draghi, che sembrava aver usato l’impolverato Manuale Cencelli (un contentino a Casaleggio, uno a Salvini, uno a Zingaretti e uno a Di Maio e così via), si è dimostrato un ardito, ma solido architetto e un orologiaio svizzero in grado di incastrare minuti meccanismi in un catorcio che pareva prossimo alla rottamazione. Un orologiaio davvero sofisticato in grado di rendere il suo governo puntuale come l’ex governatore di Bankitalia.

Marta Cartabia alla Giustizia, Daniele Franco all’Economia, Roberto Cingolani (super esperto di robotica, Intelligenza Artificiale, AR/VR e supply chain tecnologiche e tanto altro ancotra) all’Ambiente e alla Transizione ecologica, Enrico Giovannini alle Infrastrutture (economista, statistico e accademico italiano, anche esperto di Economia Circolare), Colao (ex CEO di Vodafone, nel passaggio dai telefonini GSM agli smartphone 3G e poi LTE, ha guidato l’eroico inizio della rivoluzione Mobile) all’Innovazione rappresentano il Pentagono della manovra del governo tecnico-politico di Draghi. Inespugnabile.

Discorso a parte merita Giorgetti (in quota Lega) allo Sviluppo economico, il quale non si può muovere senza accordarsi con Orlando, Ministro PD del Lavoro. Brunetta, cui Draghi regala una seconda chance, dopo la stagione del Berlusconi IV finito con lo spread a 574 punti base e l’arrivo del governo Mario Monti, questa volta è obbligato a fare bene e a non fare brutte figure con Colao, dal cui ministero dipende. La riforma della Pubblica Amministrazione significa semplificazioni e innovazione: la PA digitale, da rendere efficiente, deve impedire ciò che è accaduto finora digitalizzare le inefficienze. I concorsi servono poi a svecchiare la PA.

Tutto il resto del governo Draghi è gestione amministrativa decisa dal Coronavirus (da debellare vaccinando tutti gli italiani), non dai titolari dei dicasteri. Anche questa volta Giorgia Meloni rischia di perdere il treno. Della storia. La sua è ferma agli anni ’20, del Secolo scorso per altro.

Oggi Draghi ha partecipato al G7 virtuale con il Presidente USA Joe Biden (Draghi ha lavorato con il ministro del Tesoro di Biden, Janet Yellen, all’epoca banchere centrale donna USA, mentre Draghi era il suo omologo europeo, Presidente della BCE). Nel discorso d’insediamento, il nuovo Primo ministro italiano ha più volte ribadito di essere atlantista ed europeista. E, per un uomo di poche parole, sottolineare un aggettivo, significa ribadire il concetto.

L’inizuio della carriera politica di Draghi coincide con la fine carriera (per quanto oggi sappiamo) di Angela Merkel, Cancelliera che ha raccolto l’eredità di Kohl e ha portato la Germania unita nel XXI secolo. Ciò apre una finestra di opportunità pazzesca per l’italiano atlantista ed europeista Draghi che, rendendo l’euro irreversibile con il famoso “Whatever It takes”, ma soprattutto facendo seguire i fatti alle parole, si è conquistato la fama di duro. Ricordiamo che l’Unione europea della Presidente von der Leyen, politica plasmata da Merkel, ha firmato un controverso accordo con la Cina, il Paese che – insieme alla Russia di Putin – compra più auto tedesche di alta gamma al mondo.

Il discorso di Draghi è stato molto affilato sia con la Cina che con la Russia, additando i diritti umani e civili come terreno di scontro di valori fra atlantisti/europeisti vs. coloro che non rispettano tali diritti. Draghi potrebbe dismettere gli accordi sul 5G con Huawei passando alla connettività di ultima generazione di Ericsson e Nokia? Vedremo. Ma l’atlantista potrebbe diventare la spina nel fianco della Germania che non ha aspettato l’insediamento di Biden, come espressamente richiesto dal Vice di Obama, per siglare l’accordo UE con la Cina. E così si capisce anche l’entusiasta tweet di Biden all’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi, nel cuore dell’Eurozona, dove Lagarde è – come Macron – troppo prona agli interessi tedeschi. Chissò che Draghi non intensifichi l’asse con Francia e Spagna per costringere la Germania a scendere dal piedistallo in cui il suo maxi PIL l’ha messa. A quel punto si riaprirebbero tanti tavoli. E i giochi sono appena iniziati.

Il governo Draghi sarà dunque efficace, soprattutto in ambito europeo, ma anche in Italia. Fino ad aprile il Parlamento sarà lo zerbino del Presidente. I parlamentari che hanno già dato la fiducia voteranno tutti gli ottimi provvedimenti, per ottenere il semaforo verde ai progetti del Ricovery Fund/ Next Generation EU. Altrimenti s’impenna lo spread. E gli imprenditori non possono permetter(se)lo.

Fino a giugno i partiti fanno tutto ciò che decide il governo Draghi per accedere alle tranche del Recovery Plan.

Nel semestre bianco i parlamentari faranno tutto ciò che dice il Premier perché non possono minacciare più capricciose crisi di governo fino all’epifania.

SE la crescita dell’Italia sarà da Miracolo Economico (come nel boom degli anni ’60) o addirittura a doppia cifra, avverrà l’irresistibile ascesa di Draghi al Colle. La sua acclamazione al Quirinale, dopo aver reso la PA efficiente e digitale e la Giustizia civile veloce (per attrarre gli investimenti stranieri), sarà il completamento di questa stabilizzazione italiana.

In ogni caso, salvo cigni neri, la carriera di Giorgia Meloni, madre, cristiana, iper-nazionalista, finisce su un binario morto.

Lo spirito repubblicano del governo Draghi

L’unità nazionale non è un’opzione, ma un dovere. La sovranità è europea, noi cediamo sovranità alla UE 🇪🇺 per portare più Italia, non meno nel mondo

Nei 50 minuti di discorso per la fiducia in Parlamento, il Presidente incaricato Mario Draghi, ex Presidente della BCE e in precedenza di Banca d’Italia, ha enfatizzato una serie di parole chiave in cui ha citato Cavour e Papa Francesco, oltre alla Commissione Visentin che riformò il fisco dell’epoca, risalente alla riforma Vanoni. Le keyword di questo splendido discorso sono: europeismo, atlantismo, Next Generation EU, euro, giovani, donne, responsabilità, green, digitale, sostenibilità, concorrenza, futuro, produttività, competitività, vaccini, transizione ecologica, meritocrazia, disuguaglianze, ascensore sociale, scuola, trasformazione digitale, risorse, Indice Gini, debito (buono vs. debito cattivo).

Il primo pensiero del governo Draghi è quello di combattere la pandemia salvando le vite di tutti i cittadini, vaccinando tutta la popolazione in tempi brevi, nei luoghi esistenti (senza aspettare inutilmente costose Primule “petalose”). Nessun darwinismo sociale: gli amici iper-liberisti vorrebbero la politica del “tutto aperto”, sacrificando gli anziani improduttivi, il governo Draghi seguirà il metodo Conte, adottato anche da Merkel e Macron, delle chiusure delle zone rosse, migliorando però l’aspetto della comunicazione delle tempistiche e usando con maggior raziocinio lo strumento dei ristori. Il “momento empatia”, sempre nel solco della razionalità e della sobrietà, s’è incarnato nella formulazione del commosso ricordo di chi non c’è più. Draghi ha rivolto un pensiero a tutti coloro che soffrono per la crisi economica dovuta ai lockdown e alle necessarie zone rosse.

L’altro “momento empatia” si è rivelato quando Mario Draghi ha espresso l’emozione (così intensa) e la responsabilità (così sentita) di ricevere l’incarico dal Presidente Mattarella. Draghi ha ringraziato l’ex presidente del Consiglio, defenestrato da Renzi, Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza epocale, mai prima accaduta dall’Unità d’Italia. L’unica stoccata per Conte, dal cui esecutivo eredita 9 ministri su 23 (di cui sette del Conte Bis), è quando il nuovo Presidente incaricato ha sostenuto che il tempo del potere può essere sprecato nella tentazione di conservarlo: il grave errore di Conte è stata l’eccessiva lentezza e timidezza nel varare le riforme giuste, invece di aggredire i problemi (le imprese-zombie o Zombie-Economics su tutti) per tempo, impedendo che si incancrenissero, forse per (ed è la non tanto velata accusa di Draghi) conservare il potere acquisito. Ed è qui che il discorso di Mario Draghi si fa alto, invocando lo spirito repubblicano. Della Repubblica italiana nata dalla lotta partigiana contro il nazi-fascismo, dai sacrifici di una generazione che ha dato la vita per fondare la Repubblica del dopo-guerra, quella del Miracolo economico. Draghi ha detto al Parlamento più euroscettico degli ultimi quarant’anni che dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano allo sviluppo dell’Unione europea UE), che ci ha regalato decenni di benessere e soprattutto di pace dalla fine della II Guerra Mondiale nel 1945 fino ad oggi. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine. Noi italiani stiamo cedendo sovranità all’Europa per guadagnare prosperità, pace e giustizia (meritocrazia, concorrenza, servizi digitali evoluti, un ambiente più sano e un’economia più solida: green, digitale e sostenibile, le tre parole d’ordine di Next Generation EU). E in questo spirito repubblicano, Draghi ci ha ricordato il dovere civico di cittadinanza: è l’ora della fiducia, riscatto civico e morale, fratellanza nazionale per la ricostruzione. Come fu per i nostri nonni o genitori che, sgombrate le macerie (anche ideologiche) di Europa Anno Zero, si rimboccarono le maniche e con la voglia di riscatto ricostruirono il Paese, devastato dal fascismo, dalla perdita della libertà, dalla guerra mondiale, sognando una nuova Europa inclusiva, unita, forte, in grado di difendersi dalle potenze straniere e dalle minacce interne.

Il governo Draghi nasce per battere la pandemia con le vaccinazioni di massa, mettere in sicurezza le istituzioni insieme a salvare l’economia, promuovere il capitale umano, evitando che i giovani siano costretti ad emigrare, e la parità di genere. Ogni spreco è un torto ai giovani e una sottrazione ai loro diritti. Gli adulti non devono essere egoisti: qui ha fatto un severo appunto alla sua generazione che adesso deve raccogliere il testimone da chi li ha preceduti per ricostruire il Paese con una visione lungimirante (basta veduta corta, come già ammoniva Tommaso Padoa-Schioppa! E, a proposito del compianto TPS, quanto Prodi c’è in questo discorso di altissimo profilo!).

Atlantismo, multilateralismo, irreversibilità dell’euro, bilancio pubblico comune. Gli stati cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa dentro l’Unione europea, la nostra casa comune. E qui Draghi ha dato uno schiaffo a tutti i No Euro che hanno inquinato i pozzi in questi ultimi decenni, vantando una presunta ma fasulla felicità dei tempi della Lira, quando l’Italia era il Paese più corrotto d’Europa (Draghi fu colui che smantellò l’IRI e la voragine di debiti di quella galassia della Razza Padrona), esportava svalutando la Lira ed accumulando deficit a doppia cifra e debito e facendo dilagare inefficienze e corruzione. No, gli anni ’80 non furono felici, ma la tomba della sovranità. Qui di sovrano c’è rimasto solo un immenso debito, il terzo al mondo che sfiora il 160% del PIL. Adesso bisogna davvero voltare pagina e per i giovani che quel debito erediteranno e dovranno renderlo sostenibile, con un’economia produttiva e competitiva. Draghi passerà alla storia anche per l’autocritica generazionale: si chiede se la sua generazione stia facendo per figli e nipoti quello che i padri e nonni hanno fatto sacrificandosi durante il dopoguerra ponendo le basi per il boom economico degli anni ’60.

La crisi del Covid ha generato il declino dei contratti a termine, delle Partite IVA e del lavoro femminile: infatti le Zombie-Economics drenano risorse, ipotecando il futuro dei giovani e delle donne, le grandi vittime della pandemia, insieme ai malati.

L’indice Gini è aumentato di 4 punti percentuali. Le reti di protezione (Cassa integrazione e RdC) hanno impedito che aumentasse di più, ma tali reti sono troppo squilibrate. A pagare il salatissimo costo della crisi sono infatti le Partite Iva, le donne e i giovani, rimasti privi della protezione e abbandonati all’irrilevanza.

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La scuola è una priorità. La didattica a distanza (DAD) ha mantenuto la continuità della didattica, ma ha accentuato ed allargato le disuguaglianze.

Nella società serve anche una transizione culturale con percorsi educativi che innestino competenze STEM con quelle umanistiche e linguistiche. Agli Istituti tecnici (anche superiori), pilastro dell’industria tedesca e nord-europea, saranno elargiti 20 volte gli investimenti pre-pandemia, per rafforzare le competenze dei futuri lavoratori di Industria e Impresa 4.0 e della manifattura italiana.

Le università italiane devono promuovere la ricerca di eccellenza. Entriamo in un mondo postCovid, dove climate change e rischi idrogeologici, tanto per citare due problematiche di forte impatto, rappresentano una immane sfida poliedrica che richiede l’impegno dei professionisti migliori.

Deve anche cambiare il modello di turismo nell’era postcovid preservando l’ambiente e le città d’arte. Bisogna cambiare le attività economiche, entrando nell’era green – digitale e sostenibile, per affrontare le nuove sfide che ci aspettano.

Sette milioni di lavoratori hanno ottenuto misure di protezione attraverso il programma europeo Sure, ma a pagare la crisi economica, la peggiore dal dopoguerra, sono stati i lavoratori autonomi, le donne e i giovani.

Il divario di genere (sia Gender Gap che Gender Pay Gap) è devastante. Anche il divario salariale e l’impossibilità a mandare in frantumi il soffitto di cristallo (che impedisce alle donne di raggiungere posizioni apicali nelle professioni) rappresentano problemi enormi, le quote rosa non bastano. Serve un nuovo welfare per aiutare le donne a conciliare famiglia e lavoro, impedendo loro di abbandonare il lavoro alla nascita del primo figlio.

Il governo Draghi rafforzerà il Programma di ripresa e resilienza del governo Conte. Ma bisogna creare nuove attività sostenibili. Dobbiamo lasciare in eredità ai figli non solo un buon pianeta e non solo buona moneta.

Una nota curiosa: Draghi, emozionato, parlando di pandemia, sbaglia i numeri della terapia intensiva (dice 2 milioni invece di 2 mila), ma se l’uomo dei numeri e della competenza sbaglia forse è perché sa che ogni anno Italia paga interessi enormi sul debito che ci impediscono di avere abbastanza ICU per salvare tutti dalla pandemia…

Ed è allora che Draghi afferma che bisogna rafforzare la sanità territoriale e la telemedicina con presidi di comunità, per fornire servizi sanitari di livello europeo a tutti, senza più turismo sanitario ed altre follie innescate dal Titolo V.

Per battere la pandemia e smettere di sprecare risorse preziose nei ristori, dobbiamo mobilitare tutti i volontari (il terzo settore da riformare), la protezione civile, le Forze armate per vaccinare la popolazione italiana ovunque sia possibile, uscendo dalla ristretta cerchia degli ospedali autorizzati come per i tamponi. I vaccini sono la priorità per tornare a vivere e far ripartire l’economia.

Capitolo riforme, senza le quali Next Generation Eu verrebbe sprecato, e anzi sarebbe impossibile: riforma PA, da rendere efficiente, concorrenza, certezza delle norme per attrarre investimenti stranieri. RiformaPA: bene smartworking, ma va affrontato lo smaltimento degli arretrati e le urgenze. L’Italia necessita di piattaforme efficienti e digitali che avvicinino PA e cittadini.

La riforma del fisco deve avvenire replicando la Commissione Visentin: bisogna rivedere l’ordinamento complessivo, non una tassa alla volta, è giunta l’ora di ridisegnare il sistema tributario per stabilire ed offrire opportunità, certezze, priorità. Serve una revisione profonda dell’Irpef all’insegna della progressività come prevede la Costituzione.

La giustizia deve essere veloce, le norme certe e la repressione della corruzione è priorità.

Sul fronte migrazioni, servono equilibrio fra solidarietà e Paesi di primo ingresso: sono necessari i rimpatri dei migranti non aventi diritto, ma va offerta protezione ai rifugiati.

Le migliori risorse devono essere coinvolte per generare benessere, per garantire legalità e offrire sicurezza.

Bisogna attrarre investimenti privati per dare lavoro e allargare la torta ed invertire il declino demografico.

Il pubblico non può fare tutto. Il settore privato deve portare nel pubblico non solo finanziamenti, ma soprattutto competenza e innovazione, nel rispetto dei costi (che non devono lievitare allungando i tempi degli appalti).

Il governo Draghi conferma orientamento del governo uscente, il governo Conte: trasformazione digitale, la transizione ecologica, superare il gender gap, portare la banda larga e il 5G, costruire reti energetiche e reti di distribuzione di idrogeno e colonnine nell’era delle auto elettriche. Dovremmo dire che vogliamo arrivare agli obiettivi UE del 2026, 2030 e 2050.

In politica estera, le parole d’ordine sono: europeismo, atlantismo, UE e Onu, multilateralismo efficace. Attenzione per i Balcani, Mediterraneo allargato (Libia) e Africa. Rapporto strategico con Francia e Germania, ma anche Spagna, Grecia, Malta e Cipro. Dentro l’asse franco-tedesco, le imprese tricolore potrebbero assumere un nuovo ruolo nei nuovi progetti europei che il ministro francese Le Maire definisce come “creazione di nuove catene del valore“. Dialogo con Turchia e Russia, ma attenzione ai diritti umani e civili. Tema scottante anche con la Cina.

La presidenza italiana del G20 ruoterà intorno a tre pilastri: people, planet, prosperity. La ripresa sarà green, digitale e sostenibile. Serve un sostegno convinto del Parlamento per fare bene. Draghi auspica uno spirito repubblicano, un vibrante spirito di sacrificio (dal sapore churchilliano), per tornare più forti. Questo discorso rimarrà nella storia per la lungimiranza verso i giovani e le donne, l’Unità d’Italia 🇮🇹 che non è un’opzione ma un dovere. Amore ❤️ per l’Italia che, con Next Gerneration EU, può tornare prospera, atlantista e inclusiva dentro la cornice europea.

Mirella Castigli del blog Scenari Digitali (https://twitter.com/CastigliMirella)

L’11 settembre della pancia dell’America

L’11 settembre arrivò da fuori, dai kamikaze jihadisti in volo sui cieli di New York. Ieri abbiamo assistiti all’11 settembre dall’interno, l’attacco più doloroso

Il 28 febbraio 1993 iniziò il lungo assedio di Waco. Cinquanta giorni di orrore che culminarono nell’intervento della Delta Force in un ranch della cittadina texana e in un sulfureo suicidio di massa, un incendio, appiccato da dentro, dove morirono 76 persone che facevano parte di una setta religiosa, i davidiani, a cui non era stato lasciata alcuna possibilità di fuga. Il complottismo s’impadronì fin da subito di questa brutta storia, in cui perirono fra gli altri 20 bambini e due donne incinta, e strascichi si trovano nel suicidio di Vince Foster, allora vicedirettore della Casa Bianca, dal cui ufficio si volatilizzarono tre cartelle sui fatti di Waco. Fatti che ricordano anche la trama di Q, il celebre libro di Luther Blissett/Wu Ming, che parla di eretici, guerre di religione e caccia alle streghe nell’Europa sconquassata dalla riforma di Lutero, dalle fiamme contro il regno anabattista di Münster, dell’inquisizione e della controriforma. Il clima in cui tutte le vacche sono nere e tutti i complotti, alla QAnon, diventano quasi plausibili.

Ieri l’11 settembre non è arrivato dai cieli, ma dall’interno. L’assedio ai complottisti non è stato fatto a colpi di gas CS dai federali e dalla Delta Force contro una setta che si era già macchiata di orrendi delitti. L’assedio alla democrazia è stato messo a segno da americani, bianchi, che si nutrono di complotti e teorie false e miti infranti. Età media dei protagonisti dell’insurrezione al Campidoglio: 40-60 anni. L’assalto a Capitol Hill è costato quattro morti, tanti feriti e 50 arresti. Complottisti della teoria QAnon e varia umanità, incitata alla violenza dai tweet di un Presidente che invocava una manifestazione “selvaggia” e che non vuole riconoscere la sconfitta elettorale a novembre, la peggiore disfatta dal 1932 con la perdita di Presidenza, Camera e Senato in un colpo solo. Fra i 14 agenti feriti, due versano in gravi condizioni. Quelli che hanno fatto parkour sulle mura del Campidoglio, hanno sfregiato la democrazia attaccando e ridicolizzando i luoghi delle istituzioni, anche se le istituzioni hanno – a loro modo – retto.

Vandalismo e canne fumate in bagno. Perfino inviti a portare armi dentro. Le forze dell’ordine non sono tutte intervenute, se non in ordine sparso, solo oggi il Pentagono attiva 6200 guardie nazionali. Da un video sembra che sia stata la polizia ad aprire i cancelli.

Il Presidente uscente Trump – oltre a sobillare le folle fin dalla sua sconfitta che lui si rifiuta di riconoscere – da settimane twitta farneticanti accuse di brogli, nonostante abbia perso tutte le cause per dimostrare le accuse, poi ha invocato la manifestazione selvaggia che coloro che si sono travestiti da Attila per partecipare all’assedio hanno trasformato in una sorta di parodia delle invasioni barbariche. Ma la farsa non fa per niente ridere, non è una pagliacciata, è un segnale gravissimo da non sottovalutare.

Da ieri sera i Democratici chiedono l’impeachment, procedimento lento, o l’attivazione del 25esimo emendamento che, comunque, richiederebbe giorni, prima di giungere al cambio della guardia. L’Amministrazione Biden – Harris, che ha vinto le elezioni Presidenziali di novembre, entrerà in carica il prossimo 20 gennaio. C’è solo da sperare di arrivarci non in uno stato pre-insurrezionale come le sei ore di vandalismo anti istutuzionale visto ieri nel cuore della democrazia americana, nonostante tutto, ancora oggi, la più grande democrazia al mondo, sebbene irrisa da feroci tweet turchi, sprezzanti frasi pronunciate da russi e cinesi. Da quali pulpiti arrivino le critiche, visto che Erdogan si comporta da Sultano in una Turchia umiliata dalle purghe del dopo tentato golpe, Putin è un autocrate a cui si imputano gli omicidi al polonio, il tentato assassinio di Navalny col Novichok nella biancheria intima e anni fa la tragica uccisione della giornalista Anna Politkovskaja, uccisa sul pianerottolo di casa -, è un altro paio di maniche. Per non parlare della Cina che in queste ore sta massacrando i ragazzi delle proteste di Hong Kong, per riportare l’ordine nella sua One China. Law and Order, il motto del GOP, ieri calpestato dagli scalmanati e scomposti elettori di Trump. Certo, a nessuno verrà in mente per anni di chiedere agli USA di esportare la democrazia, dopo che ha dimostrato di averne una grottesca, drammatica mancanza in casa propria.

Ma mentre scrivo pare che Trump sia isolato nella West Wing, disinteressato a parlare con chiunque, dopo che i social hanno sospeso il suo account, fatto inedito fino ad oggi, Twitter per 12 ore, Facebook e Instagram fino alla fine del mandato. Per timore di attacchi alla democrazia.

La maggior parte dei suoi fan, gli ineffabili seguaci delle teorie di QAnon, dialogano su Parler, il social dei complottisti, No Mask e No Vax, buttati fuori dai social media tradizionali.

La capitale degli Stati Uniti Washington è in stato di emergenza fino al 21 gennaio, per consentire un non traumatico passaggio delle consegne. L’FBI è al lavoro per identificare chi ha istigato alla violenza.

Pensare però che l’America che tutti amiamo riesca a voltare pagina fra una decina di giorni è impensabile. Del resto Trump è solo un testimonial, anche se inaccettabile e indifendibile, ma le milizie bianche che si armano da anni – e durante la pandemia hanno alimentato il boom degli acquisti di semiautomatiche, mentre la gente normale comprava il lievito e panificava come se non ci fosse un domani da Mulino Bianco… – rimangono lì dietro le tendine delle loro villette, implacabili e con le dita sul grilletto.

I dati non supportano la tesi secondo cui i criminali che hanno preso d’assalto il Parlamento sono poveri diseredati vittime delle diseguaglianze, come certa propaganda insinua da anni. Però è vero che invece di parlare di poveri, si dovrebbe parlare di declino dei luoghi che non contano. E di diseguaglianze economiche e sociali che interagiscono con disuguaglianze di riconoscimento. In versione narrativa: Elegia Americana, da guardare anche su Netflix. È il famoso fattore Rust Belt. Ferite da rimarginare, coesione sociale da ricostruire. Il vasto programma dell’amministrazione Biden – Harris, tutto da scrivere, per uscire dal cortocircuito innescato dalla retorica tossica, divisiva, ad alto tasso di propaganda di Donald Trump.

Auguri al Presidente Joe Biden e alla sua vice, la prima donna (anche di colore) Kamala Harris. Recuperare credibilità, autorevolezza e leadership, ieri sfregiate in quella bolgia da inferno dantesco, è la sfida più grande che li aspetta. In un mondo inquinato da Fake News e da sulfurei avvelenatori di pozzi, impregnati di populismo economico e politico, dove la pandemia morde e uccide, anche mentre inizia la vaccinazione di massa, ma la più grande pandemia è stata quella degli autocrati e di chi vuole scalare le democrazie per poi svuotare i Parlamenti. Auguri America, abbiamo bisogno che il Paese delle opportunità torni sulla scena mondiale e rivitalizzi il sogno delle democrazie liberali.

Recovery Plan: vietato sprecare un euro, vietato pensare che le imprese siano fuori gioco

Mario Draghi è autore con Raghuram Rajan del Gruppo dei Trenta (G30) del paper “Reviving and restructuring the Corporate Sector post-Covid”. Ne parliamo in questo post

Francesco Guicciardini, grande nemico degli sprechi, soleva dire che “vale più un ducato in casa che uno speso male”. Lo storico fiorentino intendeva dire che ogni spesa superflua andava cancellata, prima di tutto.

Preferisco di gran lunga la visione lungimirante del Machiavelli al particulare del Guicciardini, ma questa massima andrebbe scolpita a calce in ogni pagina del Recovery Plan italiano, il fondo da 209 miliardi che l’Europa conferirà all’Italia per uscire dalla crisi innescata dalla pandemia, in un Paese che già non cresceva da oltre vent’anni, in un’Italia dove la produttività a dir poco arranca e la trasformazione digitale (soprattutto nell’ambito della Pubblica Amministrazione) langue, fra scartoffie di carta e smart working mal interpretato, a parte l’eccezione del Comune di Milano che, in pieno lockdown, ha superato la soglia dell’85% dei certificati digitali erogati (merito dell’Assessore, ex top manager Microsoft Italia, Roberta Cocco). Non per niente le gravi cause della ventennale crisi italiana sono soprattutto tre: una giustizia civile farraginosa e lentissima, una burocrazia inefficiente nel secolo dei servizi a portata di app (e della necessaria e urgente sburocratizzazione per avvicinare i cittadini alla PA) e una produttività troppo bassa (anche se lo smart working dovrebbe produrne un aumento). In un’italia col rapporto debito/Pil verso il 160% e in pieno inverno demografico, con saldo negativo fra nascite e morti, per completare un quadro allarmante.

In Italia, grazie a Next Generation EU, arriveranno 209 miliardi di euro di fondi europei, ma il Paese, in cui trionfano gli sprechi (basta pensare ai centri di vaccinazione con le primule annunciate dal Commissario Arcuri, quando la Germania sta vaccinando i cittadini tedeschi negli aeroporti chiusi, nei palazzetti dello sport sbarrati, senza sprecare preziose risorse in strutture che verranno rottamate finita la campagna vaccinale, ma del resto Arcuri è colui che ha speso 1,2 miliardi per inutili banchi a rotelle che, ovviamente non hanno impedito alle scuole di chiudere, poche settimane dopo la riapertura), in questo Paese dei Bonus che è diventata l’Italia, pochi sembrano sapere come spendere al meglio una montagna di miliardi, mai così necessari come dopo la devastante crisi che sta desertificando il settore industriale tricolore, già uscito fortemente ridimensionato, con una perdita del 25% di manifatture, dopo la crisi dei debiti sovrani del 2011. L’unica garanzia è che i controlli UE in corso d’opera evitino il peggio.

“Vale più un ducato in casa che uno speso male”: è una massima difficile da pronunciare in un Paese che sta affrontando – a colpi di bonus – la peggiore di crisi dagli anni della II guerra mondiale, nonostante il rialzo del terzo trimestre, prima della Seconda Ondata (dopo aver superato la soglia dei 70mila decessi), del ritorno delle zone rosse e del lockdown di Natale. Bonus vacanze (idea dei renziani, già autori del bonus 80 euro, salito a 100 coi pentastellati). Bonus WC per cambiare i rubinetti. Bonus monopattini. Non continuo per carità di patria. Forse l’unico che cambierà di una virgola l’economia del Paese sarà il Bonus edilizia, ma non si può pensare che basti rifare la facciata di un palazzo per uscire dalle sabbie mobili in cui ci troviamo.

La dispersione dei soldi pubblici in mille rivoli di micro provvedimenti che non avranno un impatto significativo sull’economia italiana, non cambia di una virgola la vita dei cittadini e spesso, vedi il bonus vacanze (2 miliardi inutilizzati), vengono lasciati lì, nel disinteresse generale.

Solo il cashback di Natale, sebbene costoso (4,7 miliardi di euro) sembra aver dato qualche frutto: fanno ben sperare i circa 9 milioni di download dell’app IO, che finora era snobbata dai nostri 8mila Comuni e che, se venisse riempita di servizi pubblici (per pagare TARI, IMU eccetera, senza fare code in banca), potrebbe finalmente snellire la burocrazia. MA non sarà il cashback, nato anche per diffondere l’uso delle carte di credito e della moneta elettronica, per combattere la piaga dell’evasione, a risolvere gli atavici problemi di questo Paese, come non sarà il bonus edilizia a rimettere in piedi un settore in ginocchio, anche se – ripeto – almeno questi due, seppur onerosi provvedimenti, vanno almeno nella direzione giusta.

Green, digitale, sostenibilità: sono i tre fattori chiave per spendere bene i 209 miliardi del Recovery Plan. Ma in un Paese che ha già sprecato malamente cento miliardi di debito in una manciata di mesi, per affrontare la crisi della pandemia e lockdown, nessuno nutre grande fiducia nel futuro che ci aspetta, nelle mani di una classe politica inconcludente se non addirittura NoEuro e pro ItalExit (vedi centrodestra di Meloni e Salvini, dietro alle sirene di Borghi e Bagnai). Fra la padella e la brace, senza contare la pletora di NoVax che già minacciano di vanificare il grande lavoro delle vaccinazioni di massa. Le vaccinazioni, altro capitolo spinoso: andrebbero fatte 137mila vaccinazioni ogni giorno, dal primo gennaio 2021, senza sosta, senza scioperi e senza festività, per vaccinare 47 milioni di italiani: ce la faremo? Serve massima trasparenza: nel bollettino serale, accanto al numero dei contagiati, delle terapie intensive e dei decessi, andrebbe segnalato il numero delle persone quotidianamente vaccinate, per capire quando sarà raggiunta l’immunità di gregge e usciremo da questo lungo, buio tunnel.

Dopo il Piano Colao, finito prematuramente in un cassetto, senza motivi, a rilasciare un paper fondamentale è stato l’ex Presidente Mario Draghi, che tutti vorrebbero al timone del Paese, salvo poi ricoprirlo d’insulti al primo Decreto, come del resto successe a Mario Monti, salito al Quirinale con un consenso stellare pur sapendo (il 93% degli italiani) che avrebbe richiesto inevitabili sacrifici.

Draghi, insieme all’economista dell’università di Chicago Raghuran Rajan, a capo del Think Tank internazionale Gruppo dei Trenta (G30), ha spiegato che da una crisi epocale come quella che stiamo vivendo da gennaio si esce solo rimettendo in circolo uomini e mezzi, cacciando le Zombie-economics e facendo un uso selettivo del debito. Dunque, l’opposto dell’italico inseguire lobby, clientele e sprechi, malversazioni di massa.

Dal paper di Draghi – Rajan si evince che nessuno uscirà dalla crisi come vi era entrato: i vari salvataggi di aziende-Zombie da parte del governo sono risorse gettate dalla finestra. Salvaguardare l’esistente, preservare lo status quo, è impossibile, mentre è cruciale adattarsi alla nuova realtà post-Covid, come direbbe Darwin.

Se i capitali da investire sono immensi (vedi i trilioni di dollari degli USA, di cui 900 miliardi solo nell’ultimo provvedimento), in campo ricoprono un ruolo fondamentale gli Stati o le confederazioni con le loro banche centrali. Ma ciò non significa che i privati siano fuori gioco, anzi, il loro contributo è essenziale, perché sono loro ad avere le competenze (anche digitali) e le conoscenze del terreno di campo in cui giochiamo.

Le imprese sono sull’orlo del fallimento e chiudono? Se ne aprano di nuove all’insegna del capitalismo “Green, Digitale, Sostenibile”, le parole d’ordine che delineano il contesto del Next Generatio EU. Draghi spiega che la distruzione creatrice di Schumpteriana memoria va anche incoraggiata, proprio per far emergere le nuove imprese ecosostenibili, digitali e non solo dedicate all’export. Già oggi sappiamo che a reggere meglio è stata l’industria manifatturiera più aperta e competitiva, quella che impiega lavoratori con skill digitali (chiudono l’anno con ordinativi in crescita dell’1,2% e un calo dei ricavi di appena -1,7%).

Il paper di Draghi – Rajan ha stabilito cinque criteri per classificare le imprese: le aziende in salute; quelle in salute, ma in difficoltà finanziarie (quindi con competenze e capitale umano per ripartire, ma temporaneamente senza ossigeno); quelle con problemi di liquidità; quelle con problemi di solvibilità; le imprese-zombie, perché la loro crisi è strutturale.

Nella devastante crisi del turismo (65 milioni di presenze in meno secondo Federalberghi: tra gennaio e settembre, le presenze negli alberghi sono state dimezzate), sappiamo che tutti gli hotel sono in crisi, ma non tutti sono imprese-zombie. La pandemia ha inevitabilmente cambiato il nostro modo di viaggiare, ma l’impatto sui viaggi potrebbe essere temporaneo oppure permanente: per esempio, le video-chiamate professionale su Zoom o Meet hanno dimostrato che una percentuale di viaggi di lavoro era inutile, ma il turismo andrà ridisegnato nei prossimi anni e nessuno ha la sfera magica. Il crollo delle presenze nelle città d’arte sicuramente non sarà permanente, ma nel settore turistico e dei viaggi professionali sarebbe l’ora di parlare di sinergie e rafforzamento UE, vedi il settore aereo dove urgono una nuova massa critica e alleanze mirate. L’ex startup dalle uova d’oro AirBnB si è quotata e ha raggiunto il valore delle cinque catene top di hotel USA, segno che prima o poi, finite le campagne di vaccinazione torneremo a girare per il mondo. Anche se, forse, in modo diverso dal consumismo dei primi vent’anni del nuovo secolo.

Per definire un’impresa decotta, bisogna dunque mettere nero su bianco tutti i fattori in gioco: le tendenze di mercato, l’equity e il debito, lo stato d’invecchiamento degli imprenditori, le PMI sotto i 50 milioni di fatturato, non quotate e non valutate, che non possono puntare su investimenti di private equity ma che potrebbero essere salvate con un fondo ad hoc.

In futuro la competizione avverrà per macro-aree: l’Europa ha un vantaggio su Cina ed USA in tema di energie alternative ed economia circolare, meglio sfruttare questa opportunità che sprecare risorse sull’Intelligenza Artificiale dove l’Eurozona non ha unicorni o startup promettenti.

Le startup, altro tema fondamentale e spinoso per l’Italia. Chi sa riconoscere quelle pià promettenti ed ambiziose? Digital Magics brilla nel settore, ma, a parte lei e Nana Bianca ed H Farm, in Italia sono rari i Venture Capitalist che non subiscano il retaggio anacronistico della cultura bancaria tradizionale. Nella UE a fine ottobre è avvenuto lo storico sorpasso delle vendite di auto elettriche e ibride sulle Diesel, ma se il consumo nell’Automotive sta cambiando, non è detto che che si aggiornino anche le infrastrutture: Akio Toyoda, della Toyota, ha detto che le electric cars rischiano di mandare in blackout intere nazioni. Che vuol dire? Significa che su strada i veicoli elettrici dovranno essere pochi, finché la produzione di energia elettrica non diventa più Green e non aumenta.

Insomma, il mondo evolve, dobbiamo lasciar fallire le imprese decotte, ma ancora non è detto se e come cambieranno i consumi. Quello che è sicuro è che del Recovery Plan è vietato sprecare un euro, ed è anche vietato pensare che le imprese siano fuori gioco amche nell’era del ritorno degli stati nell’economia, perché il capitalismo del debito non è un pasto gratis e non durerà per sempre.

Lo Smartworking sta ridisegnando le città e il rapporto centro vs. periferia

Aree economicamente depresse potrebbero ripopolarsi, grazie ai trasferimenti di residenza, riequilibrando la geografia dell’afflusso della ricchezza

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Anche nel recente Referendum sul taglio dei Parlamentari, la vittoria a valanga per il Sì ha riacceso i fari sul tema – già ampiamente dibattuto ai tempi del Referendum britannico sulla Brexit, del Referendum Costituzionali perso da Renzi e della vittoria di Trump nelle Presidenziali USA del 2016 – del rapporto fra Centro (le aree Ztl dove vivono le élite) e Periferie (dove ribolle la frustrazione della Classe Media impoverita e la rabbia anti-élite in cui si crogiola il cosiddetto Populismo). Ne ha già parlato con grande competenza Dario Di Vico sul Corriere della Sera, dunque non mi dilungherò ulteriormente, invece, qui su Malatempora, vorrei osservare come lo Smartworking sta ridisegnando le città e il rapporto centro vs. periferia.

Lo Smartworking, che poi non è il telelavoro, ma una riorganizzazione del lavoro agile, laddove è ben fatto, ha generato un incremento della produttività. In UK, dove per altro la seconda ondata è così severa da costringere il Primo ministro Boris Johnson a prendere nuove misure drastiche per limitare la diffusione della pandemia da Covid-19, l’agenzia pubblicitaria Pablo London ha dichiarato che la sua produttività è talmente aumentata da prendere una storica decisione: rinunciare ai tradizionali spazi in ufficio e devolvere quanto risparmiato per l’affitto a charity dedicate ai senza tetto. Saranno gli homeless, gli ultimi degli ultimi, in grande aumento a causa della quarantena e dalla recessione innescata dalla crisi sanitaria, a guadagnare dallo Smartworking.

Il lavoro agile spalanca porte in un mondo nuovo, aprendo davvero scenari inediti nelle nostre città, dove i centri si erano svuotati per effetto del fenomeno della Gentrification. Per i tanti bar che vivevano vendendo caffè, aperitivi e tramezzini ai lavoratori degli uffici delle zone Ztl, lo Smartworking è una tragedia, ma un conto è trovare una soluzione, anche con progetti di formazione per i dipendenti che stanno perdendo il lavoro, un altro è denigrare un fenomeno dalle interessanti potenzialità. Ma l’esperimento socio-economico del Lockdown sta davvero rimescolando le carte.

Abitare lontano dai posti di lavoro, lavorando da remoto, magari in piccoli centri con un minor costo della vita e una qualità della vita più alta, sta diventando un’opzione interessante per molte persone e famiglie. Il modello di sviluppo policentrico potrebbe tornare di moda, ripopolando campagne e piccoli centri che negli anni si erano spopolati.

Questo fenomeno, al momento in fieri, potrebbe sconquassare quelle gerarchie urbane fra centro e periferia che dominavano fin dalla prima Rivoluzione Industriale, portando masse di contadini nelle periferie cittadine per diventare operai nelle fabbriche e andare a ingrossare i palazzi di periferia urbana. Da sempre, le città attraggono capitale umano, forti della loro storia e della cultura, dei servizi offerti, delle infrastrutture avveniristiche, degli atenei secolari in grado di attrarre talenti e di catalizzare scambi di idee, delle piazze finanziarie dove girando i Grandi Capitali, dei fiorenti commerci capaci di far girare l’economia. Il successo di una città è dovuto alla sua posizione geografica: pensiamo al ruolo delle reti fluviali, in grado di garantire l’approvigionamento alimentare e lo sbocco commerciale di merci, e di tagliare i costi per raggiungere i mercati finali. Le gerarchie urbane, da sempre dinamiche, hanno visto in Francia radicarsi un modello di sviluppo centralizzato, che parte a raggiera da Parigi, mentre in Germania è sbocciato il modello diffuso del sistema federale. Poi, le alterne vicende di una città ne hanno decretato l’influenza o meno, seguendo i corsi e ricorsi della storia.

A produrre un primo grande ribaltamento delle gerarchie urbane è stata la globalizzazione, nella sua prima fase arrembante, quando a decidere tutto era la logistica delle aziende, interessate a ridurre i costi e massimizzare i profitti, spezzettando la produzione e l’assemblaggio in giro per il mondo. Il fattore Localizzazione, nell’era delle delocalizzazioni, è diventato secondario rispetto al fattore Aggregativo, tanto che – nel giro di una manciata di stagioni, città fino ad allora fiorenti e piene di vita diventavano d’un tratto Ghost city, città rese fatiscenti e fantasma dalla crisi innescata in un particolare settore industriale. Invece manteneva alto il suo status il fattore Aggregazione, dal momento che le professioni intellettuali traggono enorme vantaggio dalle interazioni sociali e culturali, l’humus ideale per far crescere rigogliosi hub tecnologici, poli finanziari, startup innovative.

Le città-Stato monocentriche hanno guadagnato terreno, popolarità ed influenza da questo modello di sviluppo che incoronava fulcri, in grado di attrarre capitali e talenti, mentre le periferie di questo sviluppo, le campagne e i poccoli centri, si svuotavano e la loro ricchezza si assottigliava, allargando il divario fra i vincenti della globalizzazione e i perdenti.

Ora lo Smartworking, con il suo carico da novanta posto sulla bilancia a vantaggio della produttività, sta ipotecando il ruolo della concentrazione urbana e del modello monocentrico. Se vengono privilegiate le brevi, ma intense riunioni su Zoom, rispetto ai lunghi, infruttuosi quotidiani incontri in ufficio, che senso ha ancora il fattore aggregativo? E che fine fa la concentrazione urbana in città affollate, inquinate e costose?

Il lavoro da remoto, grazie alla diffusione della banda ultra larga su tutto il territorio nazionale, può innescare lo spostamento dalle città ai piccoli centri, promuovendo lo sviluppo policentrico verso località minori, finora in declino economico e demografico, ma rese competitive nell’era dello Smartworking. I professionisti del lavoto agile potrebbero godere del maggior potere d’acquisto e di una qualità della vita più alta proprio nei piccoli centri e perfino in aree rurali, tutte raggiunte dall’e-commerce e dalla fibra FTTH.

Aree economicamente depresse potrebbero ripopolarsi, grazie ai trasferimenti di residenza, riequilibrando la geografia dell’afflusso della ricchezza. La concentrazione finanziaria in pochi grandi centri potrebbe diminuire, disseminando la ricchezza in tante località oggi periferiche che potrebbero conoscere una rinascita, demografica, economica e culturale, colmando quei divari che hanno gonfiato le vele in poppa ai populismi. La dicotomia fra zone Ztl/Periferie, fra centri urbani vs. campagne, potrebbe sfumare progressivamente con la minore concentrazione di ricchezza in poche mani, mentre i grandi centri urbani manterrebbero la loro influenza grazie alle sedi delle aziende, perché lo smartworking è delocalizzato, ma il lavoro no. Il lavoro da remoto, insomma, ridisegna le città, ma anche l’economia e la politica, rimescolando tutte le carte.

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