Ultima chiamata per l’Europa nell’ora più buia e nel Lunedì Nero da Coronavirus

La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen

Con i primi due contagiati a Cipro, tutta la UE è colpita dal Coronavirus. Il prezzo del petrolio crolla da giorni: il -31% di oggi è il peggior calo dall’epoca della Guerra del Golfo. La Borsa di Milano, in caduta verticale, ha vissuto un lunedì nero, toccando -11,17%, con molti titoli sospesi per eccesso di ribasso, mentre lo Spread è balzato a 227 punti. Ma Francoforte, Parigi e pure la Londra della Brexit viaggiano in profondo rosso_ -8%, mentre l’oro schizza in su (48 euro al grammo), anche Wall Street è partita in forte ribasso, con una sospensione delle contrattazioni che non si vedeva dal 2008, ai tempi della piena crisi finanziaria post Lehman Brothers. Per la prima volta l’OMS parla di minaccia di pandemia. Il MEF promette un’azione vigorosa e temporanea per evitare danni permanenti all’economia, come ha chiesto il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Anche il falco Drombovskis ha promesso un intervento imminente: l’Eurozona è pronta ad usare altri strumenti. Del resto, è chiaro a tutti: il Coronavirus non conosce frontiere, si diffonde rapidamente e uniti si vince, divisi ci si contagia e si rischia grosso. Sul fronte della salute pubblica, ma anche dell’economia e della finanza.

Vuoto ed incertezza stanno generando panico nei mercati, come dopo le torri gemelle o il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers. Da sempre l’Europa ha compiuto uno scatto d’orgoglio sull’orlo del baratro. Il “Whatever it takes” di Mario Draghi, allora Presidente della BCE, arrivò mentre lo Spread divorava le speranze degli italiani.

Intanto il crollo del traffico aereo sta mettendo in ginocchio il turismo, a causa della restrizione dei movimenti per contenere la diffusione del Coronavirus.

Ci chiediamo se sia l’ora più buia. La Germania, con bilancio in pareggio e debito basso, è il Paese con maggiori capacità e responsabilità. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il capo della BCE Lagarde, successore di Draghi, devono prendere decisioni importanti: oggi sono chiamate a fare la storia, perché – ormai è evidente a tutti – uniti si vince, divisi si perde. Le rivolte dei carcerati sui tetti degli istituti di pena italiani, le scene di panico nei supermercati a Londra, l’assalto ai treni per il Sud degli immigrati pugliesi e campani alla stazione di Milano (in Puglia sfiorano i 10mila i fuggiti dalle zone rosse, senza permesso) sono solo alcuni esempi dello scenario in cui ci stiamo muovendo.

Forse, alla fine dell’epidemia (che secondo l’OMS ormai sembra trasformarsi in pandemia e Moody’s teme che pandemia faccia rima con recessione), ci sarà un mondo pre-Covid-19 e un mondo post-Coronavirus. Adesso è l’ora di restare a casa per arginare la diffusione del virus che rischia di mettere a soqquadro il sistema sanitario nazionale (SSN), ma già domani servirà una sferzata all’economia per evitare danni consistenti e permanenti all’Italia, all’Eurozona e all’economia globale. Serve un Whatever it takes – non a parole, ma nei fatti – anche nelle scelte a Bruxelles. Fra l’altro, in Grecia, al confine con la Turchia, la crisi dei migranti è feroce e pare giunto il momento di iniziare da un comune esercito europeo, mentre la NaTO è paralizzata da uno scontro internop fra turchi e greci, per proseguire con un lancio di Eurobond (non per fare vaccate come Quota 100!), dedicato a infrastrutture – anche digitali! – europee e per una sanità UE (è l’ora di delegare sovranità a Bruxelles anche in questo settore) e per salvare le PMI in Eurozona eccetera. Winston Churchill, nell’ora più buia, promise lacrime e sangue per conseguire la vittoria. In Europa l’emergenza Coronavirus fa paura, ma proprio per questo, serve un coraggioso scatto in avanti: è l’ora della fiducia comune per dare un futuro di speranza e stabilità al Vecchio Continente. Presidente von der Leyen, ci stupisca e faccia la storia d’Europa. Noi siamo europei e la sosterremo. A qualunque costo.

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Coronavirus, l’OMS promuove la Cina: pragmatica, razionale, efficace. E non ha taroccato i dati

L’OMS riabilita la Cina nella gestione del caso Coronavirus: ha fatto tutto ciò che andava svolto, sacrificando la propria crescita del PIL per regalare tempo all’Occidente di prepararsi alle criticità di un’epidemia su scala globale

L’Organizzazione Mondiale Sanità (OMS) ha messo una pietra tombale sulle polemiche sollevate sui media a proposito della presunta opacità della Cina nella fase iniziale del monitoraggio e della gestione dell’epidemia da Coronavirus. Pechino è stata trasparente e sta vincendo sul campo un’insidiosa battaglia, diventando una case history da emulare.

I dubbi sulla Cina erano emersi dall’incongruenza delle date sullo scoppio dell’epidemia: ma ormai è chiaro, a livello scientifico (vedi: virologa Ilaria Capua e infettivologo Galli), che il virus circolava sotto traccia da settimane, forse fra metà ottobre e metà novembre, ben prima delle date ufficiali fin qui rese note. E Pechino è stata travolta da uno tsunami di informazioni frammentarie, imprecise, incomplete, confuse e disorientati, ma mai truccati: la Cina non ha mai occultato o alterato i dati sul virus che sta facendo tremare Wall Street, dove la caduta verticale dell’indice Dow Jones del 27 febbraio è stato uno dei crolli più imponenti dai tempi del crac di Lehmnan Brothers. Le autorità cinesi si sono trovate semplicemente in difficoltà di unire i puntini delle informazioni parziali di un problema complesso, mettendo insieme il puzzle dei pezzi che giungevano dal focolaio dell’epidemia da Coronavirus nello Hubei.

La Cina non si è comportata come l’URSS con Chernobyl, come un autocrate che nega l’evidenza, non ha mai occultato i dati. E qui noi occidentali dovremmo chiedere scusa per aver dubitato del Presidente a vita Xi Jinping e della correttezza del sistema cinese.

La maxi quarantena di Wuhan ha bloccato con efficacia e tempestività, una volta capite le dimensioni dell’epidemia, molti dei canali tradizionali di trasmissione del Coronavirus: l’autorità centrale ha applicato misure di contenimento epocali con una sistematicità, un rigore e un saldo pragmatismo tali da salvaguardare il sistema sanitario cinese che ha retto, nonostante lo shock iniziale di trovarsi di fronte a una malattia ignota (che non è affatto un’influenza normale, ma neanche una Sars, di cui non ha la letalità – il Coronavirus è letale nelle percentuali di un virus influenzale -, ma solo la velocità di diffusione del virus).

Non solo la Cina ha evitato il peggio per la sua popolazione, ma soprattutto ha avuto la lungimiranza illuminata di guardare oltre: ha saputo sacrificare la propria crescita in termini di PIL, per regalare tempo all’Occidente affinché si preparasse all’impatto del Coronavirus con altrettanta solerzia e rigore scientifico. La Cina ha segregato interi quartieri e città, rallentando il contagio e offrendo informazioni semplici, chiare e capillari, che non generassero psicosi di massa, ma anzi tranquillizzassero la popolazione, con una narrazione positiva, sul fatto che il governo aveva il polso della situazione, manteneva l’ordine pubblico e al contempo offriva una soluzione valida a un problema sconosciuto.

Il vero pericolo del nuovo Coronavirus si riferisce al rischio di ospedalizzazione: se il 90% guarisce quasi senza problemi, il 5-10 per cento dei contagiati necessita di terapie intensive, ma si tratta di cifre in grado di mettere in ginocchio il sistema sanitario di qualsiasi Paese. A meno che non si segua l’esempio del contenimento cinese: razionale, sistematico, pragmatico e, soprattutto, efficace. Funziona. E non provoca shock superiori alle perdite economiche. La Cina ha avuto fiducia totale nel Metodo Scientifico e ora, dopo settimane, ne è stata ripagata: riceve l’elogio dell’OMS, ha finalmente imboccato la strada giusta, i parametri sono tutti in fase discendente in maniera univoca. Il peggio è finalmente alle spalle, tanto che la crisi economica, dovuta alla quarantena, dovrebbe essere a V, al rapido declino dovrebbe seguire una repentina risalita (e non una crisi a U). A questo proposito, l’UE vanta un Fondo di Solidarietà che finanzia Paesi colpiti da disastri naturali: ha finora concesso 5,5 miliardi ai Paesi membri, di cui metà all’Italia (il resto ai restanti 27 membri), e si tratta di finanziamenti che non devono essere restituiti.

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Ora tocca all’Europa affrontare l’emergenza con le stesse misure di contenimento e isolamento: servirà una terapia d’urto per far uscire l’Eurozona dalla recessione, ma uniti possiamo farcela. Divisi, finiamo stritolati, come sempre, come vasi di coccio fra vasi di ferro.

Il contagio da Coronavirus ha mostrato che il Titolo V è nudo: la sanità è nazionale, venti Regioni in ordine sparso hanno creato il caos

Milano deserta come se fosse agosto: l’impatto del Coronavirus in Lombardia, la regione locomotiva d’Italia, comporta un danno economico per l’intera Italia. Alto anche lo spread

La Borsa di Milano segna -4% dopo giorni di agonia e dopo la psicosi collettiva degli ultimi giorni, scatenata anche da una stampa irresponsabile (che urla titoli fuorvianti e spara in prima pagina fotografie inquietanti). Solo gli hotel di Milano stanno perdendo 3 milioni di euro al giorno. L’Italia ha rinviato o annullato 74 fiere, un comparto che coinvolge 200 mila aziende espositrici, 22 milioni di visitatori e un giro d’affari da 60 miliardi di euro. L’Italia, che è il quarto Paese al mondo nel settore fieristico, ha cancellato Mido, mentre il Salone del Mobile, fiore all’occhiello della Lombardia più industriosa e operosa, slitta di due mesi (anche il Giappone potrebbe rinviare Tokyo 2020, le Olimpiadi estive, mentre la Svizzera ha annullato il Salone di Ginevra). Ristoranti e Pmi, soprattutto nelle zone rosse, sono in grande affanno. Teatri e cinema chiusi nella sola Lombardia soffrono.

Aver visto il Presidente della Lombardia Fontana armeggiare con scarsa destrezza con un presidio chirurgico (proprio quelli che scarseggiano nelle farmacie e invece servirebbero per proteggere le persone immunodepresse), e poi presentarsi in videoconferenza indossandone una, non è stato il punto più basso di una settimana in cui si è toccato il fondo: non sembrava l’Allegro Chirurgo o il Governatore Mascherato a Carnevale (dopo la cancellazione del celebre evento a Venezia), bensì una Metafora del Fallimento delle Regioni. Regioni che, invece di seguire le Linee Guida dell’OMS, con una voce univoca, sono andate in ordine sparso: il Veneto ha eseguito i tamponi laddove non serviva, perfino sugli asintomatici, le Marche sono riuscite ad annunciare la chiusura delle scuole senza avere neanche un caso di contagio (e a chiuderle al primo caso), mentre la Basilicata ha promesso la quarantena ai turisti lombardo-veneti.

I maggiori Paesi al mondo hanno guardato al Coronavirus in chiave sovranazionale (essendo un’epidemia su scala globale, di un virus che circola da più settimane di quanto si pensi) e poi al governo nazionale per ottenere risposte e trovare protezione.


Chi ha dunque complicato una vicenda già di per sua natura complessa come un’epidemia da un coronavirus ignoto, sia sotto il profilo operativo che comunicativo? Il buco nero sono state le venti Regioni italiane, con Lombardia e Veneto in prima fila (ma vogliamo ricordare anche la polemica del Senatore Salvini contro la Toscana: aveva già annunciato una denuncia quando è scoppiato il caso di Codogno) e alcune istituzioni locali.

Il coronavirus ha scoperchiato uno scandalo che è sotto ai nostri occhi: un sistema così non funziona, il ruolo delle regioni va rivisto in profondità, la riforma del titolo V della Costituzione ha arrecato più danni di quanti vantaggi abbia generato.

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Il dibattito deve ripartire subito perché un’altra emergenza simile (e più grave di una quarantena di 14 giorni) potrebbe in futuro mettere a soqquadro l’ordine pubblico e l’incolumità e la sicurezza dei cittadini. Per non parlare dello Spread, balzato da 140 a 180 punti base.

In futuro potrebbero originarsi in Asia epidemie sistemiche e perfino pandemie, così come nessuno può escludere altri problemi su scala globale (che riguardino la salute, la sicurezza – anche cyber -, ambiente, per stare sui temi di più stretta attualità).

Il governo non è mai stato allarmista, avrà compiuto qualche errore, ma ha dato risposte tempestive ed efficaci, come dimostra il contenimento del contagio. Le Regioni hanno invece creato allarmismo e, negli anni, non sono state una PA efficiente, neanche sotto il profilo della PA digitale: il referendum sull’autonomia, svolto sui tablet, fu un fallimento epocale.

Pare che sia giunta l’ora di mettere mano all’obbrobrio del titolo V.

Il Veneto ha effettuato il copia e incolla del’ordinanza dell’Emilia-Romagna, come si evince dal testo.

E poi lo sapete che una fonte anni fa mi rivelò che il settore IT in housing della Regione Lombardia voleva sfidare Google, la Big Tech e la Silicon Valley sul cloud? Google e Amazon e Microsoft. Sul cloud computing. Senza avere un budget IT. E senza eSkills: senza cioè avere competenze digitali all’altezza. Pensate che solo ora la UE ha annunciato un piano per un Cloud europeo, ma mettendo sul piatto un budget IT pari a 20 miliardi di euro. Le Regioni? Tanti sprechi, inefficienze e un tanto al chilo di delirio di onnipotenza. Fate presto.

@CastigliMirella

Le conseguenze imprevedibili del Coronavirus, dai droni al Fintech fino al risiko bancario. (Corollario: Il sovranismo protezionista uccide il PIL)

L’impatto del Coronavirus nell’economia globalizzata. Corollario: Il sovranismo protezuionista è una boiata pazzesca

L’epidemia da coronavirus sta rallentando, ma finché non sarà debellata la paura (atavica) – e la psicosi di massa- indotta da una nuova “malattia sconosciuta”, per cui l’unico protocollo efficace è il contenimento della sua stessa diffusione, impossibile non ammettere che la globalizzazione abbia subito una battuta d’arresto che neanche la guerra dei dazi scatenata dal Presidente Trump, il profeta del neo protezionismo sovranista, avrebbe potuto immaginare nei suoi migliori auspici verso il decoupling fra USA e Cina.

L’impatto del Coronavirus sull’economia non è ancora devastante, ma ha senza dubbio dimensioni imponenti. Ha portato alla chiusura dell’impianto FCA in Serbia, a causa dell’interruzione della supply chain. Ha forse eroso i ricavi di Apple, una delle regine di Wall Street, appartenente al Club dei Trillionaire (le società quotate con oltre un trilione di dollari di valutazione), che infatti ha abbassato le attese del fatturato di marzo, dopo la chiusura degli stabilimenti dell’area dello Hubei, focolaio dell’epidemia. In Borsa ha seminato più volte il panico fra gli investitori a causa degli effetti che l’epidemia sta producendo sul mercato cinese: solo l’annuncio del rallentamento della diffusione del Coronavirus, per cui è stato di fatto coniato il neologismo Infodemia, nel suo epicentro ha fatto tirare un sospiro di sollievo.

In precedenza, solo l’epidemia della Sars, che nel 2003 durò otto mesi e generò un declino del tasso di crescita del PIL cinese di due punti percentuali, fece di peggio, escludendo fenomeni di ben più vasta portata nei secoli passati. Questa volta, il calo del PIL cinese dovrebbe essere intorno all’uno per cento, e cioè la crescita cinese dovrebbe passare dal 6 al 5 per cento. Secondo Capital Economics, il costo del protezionismo sovranista dovuto al Coronavirus ammonta già 280 miliardi di dollari solo nel primo trimestre 2020.

Il coronavirus, con i suoi 1775 morti su 72 mila infetti (un tasso di mortalità intorno al 2,4% contro l’oltre il 9% della Sars, secondo i dati dell’OMS di ieri), al di là di tutto, ha comunque un impatto significativo nella globalizzazione. Ha prodotto una riduzione del prezzo del petrolio, sceso di nuovo dal momento che la Cina ne sta consumando il 20% in meno. Il dollaro sta tornando al suo ruolo tradizionale di valuta rifugio (come l’oro) e nelle ultime settimane si è apprezzato sotto quota 1.10 contro euro. Lo yuan è tornato a deprezzarsi, dopo i guadagni grazie alla tregua, seppur armata, nella guerra commerciale con gli Usa. Ben 180 milioni di studenti in quarantena sono stati riportati a scuola grazie all’e-learning e alle classi virtuali della formazione a distanza.

Ma quali sono gli effetti (im)prevedibili del coronavirus nell’economia? Ci sono fenomeni che non ti aspetti. Potrebbe accelerare il passaggio alle consegne dell’e-commerce via droni e auto senza guidatori: i postini, che entrano in tante case e consegnano tanti pacchi, potrebbero essere visti come mezzi di contagio? Le driverless cars sono già utilizzate nell’area di Wuhan per portare beni di prima necessità ai milioni di abitanti della città dello Hubei, in quarantena da tre settimane. In tutta la provincia di Hubei vivono 60 milioni di persone.

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Ma, in futuro, la consegna delle merci via droni sarà realtà: il Coronavirus darà una spinta al mercato dei droni civili, che, forte di 2 milioni di mezzi prodotti all’anno, secondo Goldman Sachs già vale 13 miliardi di dollari a livello globale nel quinquennio 2016-2020 (in Italia è un settore da 100 milioni di euro, ma secondo l’Osservatorio Droni del Plitecnico di Milano è in pieno boom). Le onsegne via drone da parte di Alibaba in Cina e di Amazon nei centri urbani, tanto che è già entrata in vigore la normativa UE per il trasporto in città.

Altra conseguenza (im)prevedibile è l’accelerazione verso la Cashless Society e quindi potrebbe innescare un Risiko Bancario. Se la Cina disinfetta le banconote, significa che tutti saremo indotti a usare la propria carta di credito contactless dei negozi dotati di POS, per ridurre al minimo lo scambio di banconote (e di superfici contaminate) che possano diventare veicolo della diffusione del Coronavirus (COVID19). L’uso di moneta elettronica, pagamenti mobili via smartphone, potrebbe crescere e dare una spinta importante al’innovazione nel mercato dei pagamenti, e dunque al Fintech.

Non stupisce che l’ex banchiere di sistema, ed ex potente ministro dello Sviluppo del governo Monti, Corrado Passera, colui che ha sbloccato le startup con una legislazione ad hoc, abbia raggiunto l’utile già nell’ultimo trimestre del 2019 per la sua Illimity, la digital bank che un anno fa non esisteva ed è cresciuta fino a 3 miliardi di attivo nell’arco di 12 mesi, creando 200 posti di lavoro nuovi di zecca. Il momento del digital banking è adesso.

Grazie al Coronavirus, il 2020 sarà l’anno d’oro delle startup del fintech italiane e internazionali? Presto per dirlo, ma lo fa ipotizzare lo sbarco nel cuore di Milano di Plug and Play, azienda della Silicon Valley che ha accelerato 1.400 startup nel mondo solo nel 2019, con partner del calibro di Nexi e Unicredit. Unicredit che ha appena annunciato la chiusura di 450 filiali e il taglio di 6mila dipendenti (altri 2mila esuberi Ubi Banca, oggi nel mirino di Intesa Sanpaolo), dopo che fra la fine 2009 e la fine del 2018, nell’arco di apprena nove anni, in Italia siamo passati da 788 a 505 banche, da 34.000 a 25.400 sportelli e da 330.500 a 278.300 bancari (52mila in meno). E ricordiamo che Unicredit e Intesa Sanpaolo (che oggi ha annunciato l’offerta per Ubi Banca), rappresentano circa il 46% della forza lavoro del settore bancario. E metà dei dipendenti dovrà cambiare mansioni per far fronte all’evoluzione della Digital transformatuion.

La sfida tecnologica nelle banche è in atto, ma sta ulteriormente accelerando: la trasformazione digitale nel banking è un fenomeno irreversibile e forse a fare da volano al Fintech sarà proprio il Coronavirus…

All’AssiomForex di Brescia, giunto alla 26esima edizione, il Presidente di Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha spiegato che è l’ora delle concentrazioni per le piccole banche: il rapporto costi/entrate si ferma al 72%, gli Npl (i crediti deteriorati) sono ancora elevati e poco coperti, mentre sono urgenti gli investimenti digitali.

Il 2018 è stato un anno d’oro per i servizi finanziari guidati dalla tecnologia e per le aziende del settore Fintech, ma il meglio deve ancora arrivare. Secondo CB Insights, il mercato Fintech, che aveva chiuso il terzo trimestre 2018 in crescita dell’82% rispetto al 2017, ha visto 11 milioni di italiani (1 su 4)  sfruttare almeno un servizio fintech nel 2018: particolarmente apprezzati sono stati i servizi di mobile payment, i servizi per gestire il proprio budget personale e familiare e i servizi per i trasferimenti istantanei di denaro tra privati, oltre a servizi in ambito assicurativo (per esempio la gestione digitale dei sinistri e le micro-polizze).

Stando a un sodaggio, quasi otto giovani italiani sarebbero pronti a lasciare la propria banca e a passare a una Big IT: social media Facebook e società dell’economia digitale e IT come Apple e Google potrebbero diventare banche e una Amazon Bank potrebbe diventare realtà. I colossi digitali infatti godono della fiducia (quasi fideistica per alcuni brand) dei consumatori e di un indubbio vantaggio per redditività e valutazioni di borsa. L’impetuosa crescita delle app nel Mobile banking ha davvero cambiato il panorama dei servizi finanziari in Italia. Perfino i robo analyst vantano performance migliori dei colleghi umani nella equity research e minacciano già gli analisti finanziari.

E da una survey di Tink emerge che negli istituti di credito italiani il 52% dei manager bancari (contro la media europea del 35%) si dice preoccupato per la concorrenza delle Big IT nel mobile banking e negli m-payments (i pagamenti via smartphone, tablet e smartwatch), dal momento che già negli Usa il mobile banking si sta confermando come il canale preferito per accedere ai servizi finanziari. Sempre più serrato l’assedio delle Big IT al sistema finanziario su pagamenti, credito e gestioni. Ovviamente l’uso del digitale in banca è correlato con la maturità tecnologica dei Paesi, ma l’Italia, seppur invecchiata, potrebbe subire una disruption rapida grazie ai Millennial e ai Nativi Digitali. Considerate che il 15% dei millennials italiani ha già maneggiato una criptovaluta, e si tratta della percentuale più elevata nei Paesi europei: i consumatori si dicono pronti per le monete digitali purché le emetta un’istituzione finanziaria riconosciuta, credibile ed affidabile (l’ottovolante dei Bitcoin non convince, insomma). Inoltre, le valutazione di molte banche risultano depresse (con una quotazione sotto il patrimonio tangibile, fatto evidente per le banche italiane e tedesche) perché, stando a una survey di Oliver Wyman, solo un investitore su quattro oggi è convinto e si fida dei piani di innovazione digitale implementati dalla sua banca. La spagnola Bbva ha triplicato in 5 anni i propri clienti mobile, mettendo in campo un modello di digital banking di successo. E molto studiato è l’approccio delle banche scandinave, una strategia che convince in termini di efficienza e innovazione.

Le app bancarie e finanziarie più scaricate in Europa

In Europa alcuni Paesi come la Svezia sono già molto vicini alla cashless society, ma i ritardi italiani, dovuti al divario culturale e digitale di una popolazione anziana (anche se gli Over65 sono molto tecnologici!) – ritardi accumulati soprattutto nella regolamentazione della finanza digitale -, non devono sviare: in Italia c’è grande spazio per il fintech perché nel nostro paese a un alto costo medio di finanziamento (in termini di mark-up del sistema bancario) corrisponde ancora una bassissima penetrazione delle start up digitali. Poi la blockchain cambierà il volto della finanza, e si vedrà quanto.

Il livello di digitalizzazione (Fintech e digital banking) dei principali paesi europei nel 2019

Naturalmente l’Asia – coronavirus o no – è l’ecosistema perfetto per l’innovazione finanziaria: il futuro del banking partirà infatti dall’Asia dove alla fine di quest’anno si conteranno 1,7 miliardi di correntisti digitali. In termini di investimenti e innovazione, il sistema bancario globale è sempre di più a trazione asiatica e americana.

La notizia di oggi è l’offerta di 4,9 miliardi di euro da parte di Banca Intesa per acquisire Ubi Banca, che porterebbe alla gestione di risparmi per 1,1 trilioni di euro e potrebbe dare l’avvio a un nuovo ciclo di concentrazioni e di consolidamento o Risiko bancario nell’era della banca multicanale, ponendo un argine alla polverizzazione del credito. La presenza di consumatori digitali e di una forte concorrenza tra intermediari spinge le banche a scommettere maggiormente sull’innovazione: le alleanze fra banche e fintech stanno accelerando a ritmi sempre più serrati, visto che l’innovazione è il futuro, se è vero – e lo è – che dal 2015 ad oggi i cinque maggiori venture capital mondiali hanno raccolto 56 miliardi di dollari.

Sappiamo che nel mercato Usa la percentuali di clienti bancari che fa affidamento solo ai canali digitali rimane bassa per ogni classe di età, ma l’omnichannel (ovvero il multicanale) bancario è il futuro e la cashless society potrebbe essere dietro l’angolo, sostenuta anche dalla paura del Coronavirus e dalle conseguenze di questa infodemia. Le filiali delle banche dovrebbero cambiare volto con terminali automatizzati, tablet, pareti interattive, collegamenti in remoto. I canali digitali sono ormai in grado di coprire larga parte dell’offerta bancaria e presto i consumatori supereranno la “dipendenza psicologica” dalla filiale. Non avremo dunque istituti senza filiali, ma ci sarà una drastica riduzione delle reti commerciali. Le aree di alleanza fra banche e Fintech saranno i pagamenti e le gestioni. Il cambiamento è qui e le opportunità vanno colte oggi.

La banca multicanale è il modello di banking che molti istituti dovranno imparare ad applica

Bankitalia, Pop di Bari, Consob. Chi controlla i controllori?

Nessuno vuole attaccare Bankitalia, ma anzi rendere più efficiente l’autorità indipendente, finora costretta ad operare con le mani legate

La nebbia sulla vigilanza del sistema bancario italiano degli ultimi anni si sta diradando. Dalla foschia emerge finalmente con chiarezza un quadro un po’ meno nebuloso ed anzi finalmente più nitido, in grado di gettare luce sugli scandali bancari che, dal caso MPS ai tempi dello Spread ad oltre 500 punti base fino al recente crac della Popolare di Bari, funestano i sonni dei risparmiatori e dei contribuenti.

Facciamo un passo indietro. Bankitalia opera nel perimetro del legittimo esercizio delle sue prerogative: si adopera per trovare soluzioni alternative al default o al commissariamento. Ma non tutto è andato per il verso giusto, se Enria (BCE) ha ammesso che la gestione delle crisi bancarie non è ancora efficace, bisogna fare meglio e di più. E il diavolo, come spesso succede, si nasconde nei dettagli. Dalle intercettazioni tra De Bustis e Sabetta del lcaso della Pop di Bari (luglio 2013), l’ex Ad afferma esplicitamente che sul piatto dell’acquisizione di Tercas c’è il prestito da 480 milioni di euro di cui tener conto. Prestito che non viene menzionato nella relazione di Palazzo Koch sul crac. Prima anomalia.

Leggendo la misura cautelare del 31 gennaio e confrontanola con le dichiarazioni ufficiali di Bankitalia, sia alla “vigilia” del commissariamento sia a gennaio in audizione alla Camera, emerge che Pop di Bari non fosse affatto convinta dell’operazione Tercas: anzi, esprimeva forti dubbi e perplessità. Seconda anomalia.

Inoltre, siamo a conoscenza del fatto che la banca pugliese truccasse senza farsi scrupoli sia i conti forniti ai soci che quelli richiesti dagli ispettori. Ma questi ultimi non dispongono forse di mezzi ben più potenti per la verifica contabile, tanto che i manager, nelle intercettazioni, fanno trapelare il timore che la frode venga scoperta dalla vigilanza? Terza domanda inevasa.

Quando non vengono ottemperate le condizioni – l’indipendenza della governance – che hanno scatenato ispezioni e sanzioni, Bankitalia ha le mani legate: non può adottare misure di controllo più stringenti. Ma perché Palazzo Koch non può comminare ulteriori sanzioni e soprattutto bloccare l’emissione di nuovi titoli (e qui si spalanca davanti a noi il capitolo Consob…)? Quarto interrogativo che non quadra.

La vigilanza appare paralizzata, impossibilitata a contenere un eventuale dissesto bancario. Vuol dire che ai manager basta mentire agli ispettori per cavarsela e continuare a bruciare risparmi? Ma allora di quali mezzi di difesa dispongono i risparmiatori per tutelarsi? Quanto risultano sacrificabili i risparmiatori, le formichine italiane che tengono in piedi il sistema (il debito pubblico è controbilanciato dal risparmio privato) per assicurare la stabilità di sistema?

L’autorità di vigilanza di Bankitalia appare esercitare una funzione puramente ginnica: tanto virtuosismo, scarsa efficacia, se l’autorità di vigilanza appare impotente e messa con le spalle al muro di fronte a situazioni come le banche Venete, la Pop di Bari eccetera.

E, del resto, la domanda che ogni contribuente onesto si pone da anni è il seguente: come può un Paese appartenente al G7, seconda manifattura d’Europa, terzo Paese per importanza dopo l’asse franco-tedesco, uno dei tre Paesi fondatori dell’Europa unita, ad essere precipitato nel vortice delle banche senza neanche accorgersene, anzi mentre qualunque editorialista serio sosteneneva ad nauseam in ogni Tg “la ‘solidità’ del sistema bancario“? A leggere la stampa di questi ultimi anni, tutto sembra risalire agli scandali Mps – alle quattro banche, compresa Banca Etruria, e alle banche venete. Ma tutti questi casi rappresentano l’apice in cui culminò una stagione “spericolata”e “spregiudicata” (di cui il Paese, con la memoria di un pesce rosso, sembra aver perso traccia…) che ha perfino portato in carcere Antonio Fazio (per reati gravissimi nel caso Antonveneta e nel caso Bnl), non un banchiere qualsiasi, bensì “l’ultimo governatore della Lira“, come titolò Il Sole 24 Ore. La Banca d’Italia, che era sempre stata la riserva di “grand commis de l’Etat”, non veniva sfiorata da uno scandalo qualsiasi, ma gettata nel tritacarne giudiziario e mediatico da fatti gravissimi commessi a livelli apicali: sembra che ce ne siamo dimenticati, tutti presi dai casi recenti (ma, per quanto seri, pur sempre casi di provincia), ma fino ad Antonio Fazio la carica di governatore era a vita, invece, dopo il suo addio e le sue condanne, il mandato di governatore di Banca d’Italia è stato ridotto a sei anni, rinnovabili una volta. Una rivoluzione, impensabile ai tempi di Carlo Azeglio Ciampi, per non parlare dei predecessori. Eppure, oggi, sembrano passate ere geologiche da quei fatti.

Quella sembra la preistoria del sistema bancario italiano, il Precambriano rispetto al passaggio alle forme di vita multicellulare, se pensiamo al processo di fusione di Capitalia con Unicredit (in realtà un’incorporazione di Capitalia da parte di Unicredit), all’era di Cesare Geronzi in Mediobanca, ma soprattutto all’irresistibile scalata del “dottor Koch” ai piani alti della finanza italiana. Vediamo come avvenne l’ascesa di Geronzi, dall’Italia delle banche pubbliche al riassetto dopo le riforme degli anni ’90. «Quando Guido Carli si dimise da governatore (1975) e il dottor Koch ebbe la definitiva certezza che i suoi amici Antonio Fazio e Lamberto Dini avrebbero fatto più carriera di lui, se ne andò con Rinaldo Ossola al Banco di Napoli», scrive Alberto Statera. «Dal Banco di Napoli il direttore generale della Banca d’Italia Mario Ercolani lo indirizzò alla Cassa di Risparmio di Roma di Remo Cacciafesta. Da dove è cominciata la sua scalata» (Sergio Rizzo). Un’ascesa che avvenne sia in verticale che in orizzontale, come racconta la sua biografia: in verticale, grazie a una notevole serie di acquisizioni e fusioni, favorite dal potere politico, al termine di ognuna delle quali Geronzi è sempre al vertice di una realtà progressivamente più vasta; in orizzontale, perché Geronzi, attraverso finanziamenti generosi in varie direzioni, costruisce una rete di complicità ed alleanze multi-direzionali. «La Cassa di Risparmio di Roma era una banca pubblica, piccola e neanche messa troppo bene. Fra i soci dell’istituto c’era tutta la nobiltà papalina, ma anche politici e imprenditori legati alla politica (leggasi: il generone romano, ndr). Un salotto forse un po’ polveroso, che aveva il suo principale punto di riferimento nel leader della Dc romana, Giulio Andreotti. Ma che ben utilizzato poteva diventare un formidabile strumento di potere. E Geronzi (che allora qualcuno considerava appoggiato dai socialdemocratici) accettò di buon grado di diventare il simbolo di quel mondo andreottiano, punta di diamante di una sorprendente espansione nel mondo della finanza. Il sistema bancario era quasi tutto in mani pubbliche e l’unico modo per crescere era ovviamente comprare banche pubbliche, cioè controllate dalla politica. Il primo colpo fu l’acquisizione del Banco di Santo Spirito dall’Iri di Romano Prodi», racconta Sergio Rizzo. Questa acquisizione fu “una decisione imperiale, senza gara, al miglior offerente e senza neanche uno straccio di perizia“, come denunciò Pietro Armani, vicepresidente dell’Iri. Ma il Banco di Santo Spirito fu solo il trampolino di lancio di una folgorante carriera. Leggiamo le eloquenti parole di Massimo Giannini: «L’ambizione di Geronzi è sempre stata quella di trasformarla, la sua banca. A costo di seminare nel fango. A metà degli anni 90 sfilò allo scalcagnato conte Auletta la disastrata Bna. A metà del 2002 (dopo aver acquisito anche Mediocredito centrale e Fineco – ndr) ha ingoiato Bipop e Banco di Sicilia, piene di sofferenze e buchi di bilancio, e ha dato vita finalmente al colosso bancario che aveva sempre sognato. Con Capitalia, Geronzi è riuscito a trasferire Piazzetta Cuccia a Via del Corso».

Per inquadrare meglio l’ascesa orizzontale di Geronzi, leggiamo ancora Statera: «Di equilibrismi il dottor Koch ha vissuto tutta la vita. Nato con la politica da banchiere pubblico, ha prosperato con la politica da banchiere privato. Prima o seconda repubblica per lui “pari son”: da An alla Quercia, dagli amici del Manifesto a ForzaItalia». Continua Rizzo: dal momento che pecunia non olet, «tutti (o quasi) i partiti si abbeveravano alla Banca di Roma». Mentre le altre banche voltavano le spalle a Silvio Berlusconi, il banchiere romano lanciò una scialuppa di salvataggio al leader di Forza Italia; e non esitò ad intervenire a fianco del PDS, esposto con l’istituto di Geronzi per 203 miliardi di lire nel ’97. Forse il patto del Nazareno nasce qui, in questo crogiuolo di interventi, a ben pensarci. Capitalia giunse addirittura ad essere il primo azionista della Lazio, ma aprì i rubinetti a tutti gli imprenditori più noti (Domenico Bonifaci, Giuseppe Ciarrapico, Sergio Cragnotti). Poi, però, l’Italia si risvegliò dal sonno della ragione, quello che genera mostri, coi due crack più severi degli ultimi anni, quello della Cirio e quello della Parmalat.

Per la Parmalat, le accuse furono gravi: Capitalia avrebbe messo alle strette Calisto Tanzi, obbligandolo a rastrellare – a prezzo salatissimo – aziende gravemente indebitate con Capitalia, che ripianavano il loro debito con i soldi di Parmalat . Ma “il gioiellino” del latte entrò nel tunnel della crisi che l’avrebbe travolta (e, con essa, travolgendo nella rovinosa caduta tanti ignari risparmiatori), proprio emettendo un bond. La sofferenza venne così scaricata sui risparmiatori, con la madre di tutti i bond avvelenati, mentre la banca – che aveva piazzato il bond sul mercato – lucrava sulle commissioni e sugli interessi applicati ai soldi anticipati. Geronzi se la cavò con un’interdizione di due mesi, parlando di faccende di ordinaria amministrazione, ma la verità è che «senza la complicità interessata di Capitalia, Parmalat sarebbe fallita almeno un anno prima, con circa tre miliardi di euro di passivo in meno» (commentò il procuratore della Repubblica, Gerardo la Guardia). E il giudice di Bologna aggiunse anche che, a causa delle operazioni volute da Geronzi tra il 2000 e il 2003, il buco della Parmalat si era ingigantito più che in tutti i dieci anni precedenti. Senza entrare nei dettagli di altri casi (come il crac Italcase, inghiottita da un buco di 600 milioni di euro, da cui uscì assolto con formula piena), il 4 luglio 2011 Geronzi venne condannato in primo grado dal Tribunale di Roma a 4 anni di reclusione per concorso in bancarotta per la vicenda Cirio. 

Neanche ci vogliamo soffermare sul periodo in Mediobanca. Basterà una frase di Luigi Zingales per inchiodare il dottor Koch alle sue responsabilità: “Nei suoi undici mesi al comando Geronzi aveva fatto molto male, trasformando una delle più illustri imprese italiane in un caos“. Un unico aneddoto: in un’intervista al Financial Times, il politico banchiere prospettò investimenti opposti a quelli annunciati dal management durante l’investor day, disorientando il mercato.

Ora vogliamo concludere questo lungo, ma doveroso, prequel delle travagliate vicissitudini del nostro sistema bancario, ricordando che nel 1995 la Banca di Roma di Geronzi acquisì la Banca Nazionale dell’Agricoltura, venduta cinque anni dopo all’Antonveneta a 1,5 volte il prezzo pagato. Perché si sa, ogni banchiere ha la sua storia, ma certi nomi ritornano come nei corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico. O come nei peggiori nightmare di Allan Poe.

Il politico banchiere, che rimarrà nella storia tricolore per il geronzismo, ormai assunto a “categoria dello spirito” che “non ha mai smesso di aggirarsi nelle stanze del capitalismo nazionale” (Il Fatto Quotidiano), ha chiuso il cerchio nel miglior stile italiano del giro di valzer delle poltrone concesse ai compagni di merende (cit.): a fine 2010, quasi alla vigilia del ribaltone, Geronzi volle creare un comitato scientifico della Fondazione a Trieste: la poltrona di presidente onorario venne assegnata all’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio.

Ma facciamo ancora un passo indietro. La banca Antonveneta, al centro del caso Mps e dell’ascesa/caduta di Giuseppe Mussari a Siena, non era un nome sconosciuto alle cronache italiane. Si trattava dell’istituto nel mirino di un altro ex banchiere rampante, Gianpiero Fiorani, l’ex numero uno della Popolare di Lodi, collezionista di varie inchieste (ha totalizzato 5 anni complessivi di condanne), già protagonista indiscusso della storia delle scalate bancarie del 2005 che culminò nella condanna di Antonio Fazio, ex governatore di Bankitalia, alle cui vicende giudiziarie abbiamo appena accennato.

Nel caso Bancopoli, Fazio venne condannato nel processo sulla fallita scalata ad Antonveneta da parte della Banca Popolare di Lodi. La condanna venne confermata in via definitiva dalla Corte di Cassazione il 28 novembre 2012: Fazio è stato ritenuto colpevole per aver concorso nel manipolare il mercato a favore della Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani.

Una premessa. Tra il 2004 e il 2005 il sistema bancario italiano fu al centro di una serie di movimenti che coinvolgevano importanti gruppi stranieri, il cui obiettivo sembrava consistere nel prendere il controllo di alcune banche italiane. Sui giornali la politica cercava di opporsi a questi movimenti sventolando il consueto, insensato vessillo dell’italianità delle banche e delle aziende (quello che abbiamo visto che fine per altro ha fatto, in un altro settore, con il disastro Alitalia: dieci miliardi bruciati e non abbiamo ancora visto la fine del tunnel… Siamo un Paese che ha letteralmente fame di investimenti stranieri, che invece mettiamo in fuga a causa di una macchina della giustizia lenta e inefficace, senza certezza del diritto, ma chiudiamo questa parentesi).

In particolare la Banca Antonveneta era nel mirino dell’olandese ABN Amro, mentre la spagnola Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (BBVA) puntava alla Banca Nazionale del Lavoro (BNL). Nella primavera del 2005, le due banche italiane finiscono per diventare oggetto di interesse anche da parte di due altre banche italiane: la Banca Popolare di Lodi (BPL), poi Banca Popolare Italiana (BPI), con al vertice Gianpiero Fiorani, e Unipol, guidata da Giovanni Consorte.

ABN Amro e BPL lanceranno un’OPA su Antonveneta, mentre BBVA e Unipol annunciano un’offerta pubblica di acquisto su BNL. Sebbene siano fallite tutte e quattro, le scalate finiscono per accendere un faro su un sottobosco inquietante. Le inchieste riveleranno una serie di intrecci, “patti di sindacato occulti” (è l’estate dei “furbetti del quartierino“), di accelerazioni/rallentamenti nel rilasciare le autorizzazioni da parte di Bankitalia ed altri mirabolanti fatti, di cui prenderemo in esame solo alcuni, per non tediare i nostri venticinque lettori.

La procura dichiarò che erano state usate anche Fake News (all’epoca si chiamavano solo “bufale” o notizie false, ma non era ancora iniziata ufficialmente l’era della post-truth) per variare il prezzo delle azioni di Antonveneta e mettere i bastoni fra le ruote dell’OPA di ABN Amro, mentre imprenditori bresciani (fra cui il finanziere Emilio Gnutti insieme a diciotto imprenditori bresciani suoi amici) vennero indagati per reato di aggiotaggio. Si scoprì che erano stati finanziati dalla BNL per aggiudicarsi azioni Antonveneta per conto di Fiorani.

Di tutta quella vicenda, complicata, ma ricca di poco edificanti aneddoti, e pure di ghiotte bufale, rimarranno memorabili intercettazioni telefoniche come quella tra Fazio e Fiorani , in cui l’allora governatore della Banca d’Italia, prima di annunciarla ai mercati, confida privatamente a Fiorani l’ok alla sua OPA su Antonveneta, ricevendo in cambio “un bacio in fronte”, quasi un sigillo a conferma del loro rapporto confidenziale. Fiorani (sei mesi di detenzione e poco più di due anni di affidamento ai servizi sociali) ha chiuso i conti con la giustizia italiana, oggi fa un altro mestiere. Però la vicenda è utile per ripercorrere il caso Antonveneta, prima che il nome della banca tornasse in auge nell’odissea di Mps. Infatti, Mps – che già aveva consumato la maggior parte dell’eccesso del suo capitale per acquisire Banca121 – deciderà di comprare Banca Antonveneta nel novembre 2007, quando è già scoppiata la crisi dei mutui subprime negli Usa. La madre della Grande Crisi 2008-2009. E l’allora banchiere Mussari arriva alla scalata, sborsando al Banco Santander una cifra astronomica: 9 miliardi di euro in contanti, che costringe la Fondazione Mps a svenarsi con un assegno da 3,4 miliardi; ma poiché i soldi non sono ancora sufficienti, Mps tira fuori dal cilindro “un bond convertibile (Fresh) che sarà foriero di altre perdite, instabilità e condanne giudiziarie“. Insomma, l’acquisizione porterà il glorioso Monte dei Paschi – la banca più antica d’Italia – a chiedere l’aiuto del Belpaese nel momento peggiore della crisi dei debiti sovrani e poi a costringere l’Italia, prostrata da nove anni di crisi economica e finanziaria, a nuovi interventi statali in tempi recenti. Un salasso immane, e il Paese ha retto solo grazie all’export delle nostre meravigliose aziende esportatrici, mentre i contribuenti e le aziende venivano tartassate, e l’evasione fiscale non dava segno di rientrare o gli evasori di dare un segnale di ravvedimento.

Non stupì nessuno il voto compatto di PD e Forza Italia (tranne rare eccezioni) a favore del Bail-in, che seguiva l’approvazione del pareggio di bilancio in Costituzione, votato anche da Giorgia Meloni, come di recente ha raccontato il senatore Mario Monti, allora Presidente del Consiglio, chiamato a salvare l’Italia dall’imminente default (sventato, sull’orlo del baratro, col varo della Legge Fornero e poi con il Whatever-it-Takes pronunciato da Mario Draghi, allora presidente della BCE). A livello europeo, il sì aveva accomunato il PPE, insieme a Forza Italia, ai socialisti europei, Pd compreso: la direttiva Brrd – Bank recovery and resolution dirictive – fu approvata il 15 aprile 2014 su mozione dello svedese Gunnar Mokmark. Ma non arrivò come fulmine a ciel sereno, bensì partorita dopo lunghi anni di discussioni con 584 voti favorevoli, 80 contrari e 10 astensioni al Parlamento europeo. Ma gli italiani se ne accorsero solo quando scoppiò il caso delle quattro banche, anche se il bail-in veniva recepito dall’11 settembre 2015, per la precisione, attraverso un decreto attuativo della direttiva europea votata dal parlamento europeo il 23 aprile 2014.

Non sappiamo dove fossero nel 2011 il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco (che poi ha sostenuto la necessità dell’intervento pubblico), il presidente dell’Abi (che ha definito il bail-in incostituzionale) e Giuseppe Vegas (anche lui acerrimo nemico della pratica, a parole sue), ma nel novembre di quell’anno, con lo spread quasi a 600, entrò in carica il governo Monti, per salvare l’Italia, dopo l’ennesima finanziaria di Tremonti partorita nell’arco di una manciata di febbrili settimane di un’estate bollente e un autunno caldo e gli irritanti risolini di Merkel-Sarkozy diretti nei confronti di una surreale dichiarazione di Berlusconi. Il professor Mario Monti, in loden, anche ministro dell’Economia, deve salvare l’Italia: con il Paese sull’orlo del baratro, vota il Fiscal Compact (Monti poi dirà che non fu una buona idea, ma che il Paese sarebbe stato massacrato sui mercati se fosse stato l’unico a rifiutare) e il resto. Bankitalia e governo hanno partecipato alle trattative sulla Brrd e l’hanno approvata. Pure in Parlamento piangono in molti, ma quasi tutti hanno votato, salvo poi definire il bail-in “un prelievo forzoso” per i correntisti (Forza Italia) e via dicendo. Ma che cosa significa? “In sostanza dal 1° gennaio 2016 i problemi degli istituti di credito andranno risolti dall’interno, non con interventi esterni, anche ricorrendo ai depositi superiori ai 100mila euro, oltre che agli azionisti e agli obbligazionisti meno assicurati” scrive Il Sole 24 Ore.

Dal 2008 al 2015, mezza Europa era ricorsa all’impiego di fondi pubblici per aiutare le proprie banche: 239 miliardi la granitica Germania, oltre 162 il Regno Unito dell’Austerity (che poi ha partorito la Brexit), più di 52 la Spagna, 42 l’Irlanda, 40 la Grecia, 36 i Paesi Bassi, 28 l’ Austria, tanto per citare i casi principali. L’Italia in un primo tempo si fermò a un miliardo (il conto poi è salito a 20 miliardi di aumento di debito pubblico, con il Salvarisparmio del governo Gentiloni), in gran parte perché il Paese aveva giù un enorme rapporto debito/PIL, in parte adducendo come giustificazione la mirabolante stabilità del sistema bancario italiano. Stabilità inficiata dal caso Mps, che però era apparsa come un inciampo di percorso, un caso di spregiudicato utilizzo dei derivati e di malsano intreccio fra banca e territorio. Insomma, un neo, niente di più. Ma qualcosa ribolliva sotto le ceneri. Soprattutto dal momento che a comprare il debito italiano erano le nostre banche. Ma non perdiamo il filo.

Il Paziente Zero della crisi fu Banca Etruria. Un piccolo istituto nato nel 1882 nella provincia orafa di Arezzo, vittima dell’allegra finanza (fra consorterie locali – anche in versione massonica, essendo Arezzo la città in cui è vissuto serenamente fino alla fine un certo Licio Gelli -, controlli collusi o impotenti, politica interessata o distratta), il 22 novembre 2015, si vede azzerare il capitale dei propri azionisti e 788 milioni di obbligazionisti subordinati. Insieme a Banca Etruria ci sono Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. Secondo Bankitalia, rappresentano “solo l’1% degli attivi bancari italiani“. Ma le cifre non dicono tutto: quelle 4 banche raccontano “una storia italiana”. Una piccola crisi genera un tracollo. “Due anni di patimenti e 6 miliardi di euro, versati dagli istituti concorrenti per tamponare la falla fino alla vendita attuale senza corrispettivo” scrive La Repubblica. E minano la fiducia dei risparmiatori italiani.

Ma cos’era Banca Etruria, divenuta simbolo degli intrecci malsani? Dominata per un trentennio dal presidente massone Elio Faralli, che lasciò nel 2012 a 87 anni, era l’emblema del “sommo intreccio di poteri cattolico-agricoli e laico-massonici” (sempre La Repubblica). Alla “banca dell’oro” Fitch assegna un credito BB+ (a livello “spazzatura”) nel 2012, a causa delle sofferenze giunte “a un livello doppio rispetto alla media del sistema”. Fra i beneficiari spiccano: il gruppo Sacci, azienda cementiera esposta per 70 milioni; l’Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone (60 milioni); il cantiere Privilege Yard, che doveva costruire un lussuoso panfilo da 127 metri, di cui fu realizzato solo il modellino; il gruppo Uno a erre (10,6 milioni); l’immobiliare Cardinal Grimaldi (11,8 milioni). Con il beneplacito della Consob, Banca Etruria emette bond subordinati per 120 milioni di euro che vengono rifilati alla clientela minuta, ignara di ciò che sta acquistando. Sono state truffate persone che non avevano la necessaria educazione finanziaria per comprendere cosa stessero sottoscrivendo. Verranno azzerati dal bail-in. Tramite ambienti del governo si era presa in considerazione la via della cessione: quella a Unicredit di cui si parla nel libro di de Bortoli, un abboccamento tra Arezzo e il fondo del Qatar, l’ipotesi Bper del ministro Delrio. Perfino era stata ventilata la fusione con la popolare di Vicenza (altro caso disperato): sarebbe stata caldeggiata da Bankitalia, ma, se fosse andata in porto, sarebbe stato un fallimento da prima pagina. Eppure “i vertici di Arezzo furono cacciati e sanzionati per non avere fatto la fusione con la popolare veneta”, riporta Il Fatto. Concludiamo questa breve rassegna, con le parole di Massimo Giannini su Repubblica: “Non è colpa solo della Grande Recessione, se l’Italia con il suo bel 18% di crediti deteriorati lordi rispetto agli impieghi resta la maglia nera d’Europa. Se dopo 30 miliardi di ricapitalizzazioni dilapidate solo per quella “sporca dozzina” di istituti, e dopo uno “scudo” da 20 miliardi creato a fine 2016, gli analisti stimano un ulteriore fabbisogno di capitali tra 40 e 55 miliardi. Oggi le banche “salvate” sono ancora “sommerse”. Vuol dire che nella politica qualcosa non ha funzionato. Solo nel “triangolo delle Bermude” Mps-Popolare Vicenza-Veneto Banca sono scomparsi 65 miliardi di depositi in 5 anni, e un milione e mezzo di risparmiatori ci ha rimesso quasi 15 miliardi. Certo, i ‘furbetti del credito’ hanno anche rubato. Ma i controllori non hanno controllato“. No, non è colpa solo della Grande Recessione.
Se Intesa San Paolo non ha la pancia piena di Npl, non è per astrusi motivi, ma perché è una banca ben gestita ed è risultata la migliore d’Europa negli ultimi stress test. Il problema di Monte dei Paschi, la Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Marche, Banca Etruria è da attribuire – lo ripetiamo – a “un rapporto malsano con il territorio da cui provengono, con una redditività da far spavento, con decine di migliaia di soci nonostante non producano uno straccio di utile da anni“. Dobbiamo ricordare la parabola di Giovanni Berneschi (ex presidente di Carige appena condannato a 8 anni e 2 mesi, già indagato nel 2006 per l’appoggio dato a Consorte e Fiorani nella scalata su Antonveneta)? E il caso Zonin? L’ex re del Prosecco ha bruciato in un triennio 6,2 miliardi di valore, lasciando carta straccia in mano a 118 mila poveri azionisti. La Veneto Banca del ragionier Vincenzo Consoli ne ha bruciati 5, riducendo sul lastrico 90 mila risparmiatori. Dal 2013 si sono volatilizzati depositi per 11 miliardi a Vicenza, per 4 miliardi a Montebelluna. Anche per le venete si delinea il “Comma 22” con Bce e Ue. Atlante alza le mani, ma noi stiamo a parlare delle bugie dette in Parlamento. Per carità: le bugie di una ministra vanno sanzionate. Ma forse i malefici intrecci arrivano da ben più lontano. E sono tipiche, brutte storie italiane. Più gravi di eventuali mancate verità.

Quante volte ci hanno detto – giurato e spergiurato – che il sistema bancario era solido e che le eventuali criticità erano in via di risoluzione? Non le contiamo più. Nel 2010 il banchiere Mussari, la cui folgorante ascesa a Mps aveva galvanizzato l’intera Siena, spiegava a Il Foglio perché fosse più tremontiano del ministro dell’economia Giulio Tremonti: perbacco, all’epoca condivideva l’accorato appello del braccio destro del presidente del Consiglio Berlusconi a regole etiche nel sistema finanziario internazionale e le filippiche del ministro ai ringalluzziti bonus dei banchieri. Ma chi era Mussari e come avvenne la sua resistibile ascesa nel mondo bancario italiano? Presidente della Fondazione Monte Paschi a 39 anni, presidente della banca senese a 44, presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi) a 48, nel 2010 non avrebbe mai immaginato che a 50 sarebbe finito nella polvere. «Faccia da cow boy buono» (Alberto Statera), l’Alain Delon (copyright di Stefano Cingolani), il ragazzo tosco-calabrese, eskimo – kefiah – capello lungo (Stefano Feltri), si fece le ossa nella Fgci toscana, poi nelle cooperative, il classico cursus honorum di sinistra, per avere il colpo di fortuna nel 2001, quando iniziò la carriera di Banchiere Per Caso: Piccini – sindaco di Siena dal 1990 al 2001 – scelse Mussari come membro della Fondazione Monte Paschi, che con il 60% delle azioni controllava la banca, e Mussari scalò la presidenza, soffiando la poltrona proprio a Piccini, scaricato da D’Alema e dal partito. Senza alcuna nozione di finanza, senza parlare una parola d’inglese, munito dello stesso know-how di un correntista medio, con in tasca una laurea in Legge (ma vantava la presenza alla festa di laurea del potente rettore dell’Ateneo, ed ex ministro, Luigi Berlinguer), Mussari si avviava verso la sua conversione in banchiere. La folgorazione sulla via di Rocca Salimbeni. Mps era ancora shockata dalla cura De Bustis (avete già sentito questo nome a proposito di Pop di Bari? Ops!), il banchiere che nel 1999 aveva messo in pancia a Siena la Banca del Salento (ribattezzata Banca 121), zeppa di derivati e prodotti tossici dai nomi hollywoodiani (MyWay, 4You, Visione Europa).

Nel 2010, all’apice della carriera all’Abi, Mussari parlava del mestiere nobile della banca, un mestiere utile alla collettività, con Tremonti convergeva su rimbrotti contro le speculazioni, la ludopatia dei Cds, si sgolava per chiedere regole – limiti – niente di meno che la prigione-per-chi-sbaglia, perché “la mano invisibile poteva andare bene per il macellaio ma non per l’hedge-fund“. Eppure l’epopea della sua ascesa si era svolta un po’ diversamente.

Quando Mussari arrivò a Mps, la banca senese, detta Babbo-Monte o «la mucchina» (che, fino al 2010, elargiva oltre cento milioni di euro l’anno per il Comune e la Provincia, l’Arci comunista e la democristiana Libertas, le contrade e le parrocchie) valeva 3 miliardi e 330 milioni. Un miliardo in più della Compagnia Sanpaolo di Torino. Stretto fra l’ambizione di crescere e il terrore di essere scalati, gli balenò l’idea di acquisire banca Antonveneta. Divenuto il dominus di Siena («in città non si muove foglia senza il suo parere», secondo Feltri), forte dei suoi molteplici legami («Comunione e liberazione, Opus Dei e sussurri lo vedono vicino alla Massoneria», scriveva Statera) e soprattutto di un maxi finanziamento pari a 673 mila euro in dieci anni a Ds e poi al Pd (fonte: Giorgio Meletti), Mussari va alla conquista di Antonveneta. Ma questa scalata sarà la pietra tombale della sua carriera e – purtroppo – il macigno che affosserà una prima volta Mps, la banca più antica del mondo: l’acquisizione da 9 miliardi di euro (Emilio Botin, presidente del Santander, disse che tutte le trattative avvennero solo telefonicamente), a un prezzo stratosferico persino per l’epoca, avveniva nel 2007, alla vigilia del crollo di Lehman Brothers (la madre di tutti i fallimenti). Più che una gloriosa galoppata verso l’età aurea, una disastrosa crociata a cavallo di un acciaccato Ronzinante. Il resto è storia. L’Ad Fabrizio Viola e il presidente, Alessandro Profumo (passato nel frattempo a Mps, quando Mussari è nominato ai vertici dell’Abi), scoprivano solo il 10 ottobre 2012 un contratto segreto, risalente al luglio 2009, con la banca giapponese Nomura relativo al derivato Alexandria. Una bomba ad orologeria (e non era l’unica infida sorpresa, fra l’altro): Giuseppe Mussari aveva truccato i conti con un’operazione di ristrutturazione del debito per centinaia di milioni di euro. Scrisse Il Fatto Quotidiano: “Due operazioni apparentemente slegate tra loro in realtà erano connesse proprio dal contratto segreto e l’una era il rimborso dell’altra. La prima operazione permetteva a Mps di scaricare su Nomura la perdita di Alexandria e così di abbellire il bilancio 2009. La seconda ‘rimborsava’ i giapponesi in quanto, come si dice nella telefonata (ndr, quella registrata all’insaputa di Mussari e sventolata da Nomura agli ignari capi di Rocca Salimbeni), il Monte Paschi ‘entrerà in un asset swap e due operazioni pronti contro termine a 30 anni legate a tale swap’“. Era l’inizio di un incubo, insomma. Ma nel 2010, come scrivevamo in principio, la resistibile ascesa di Mussari lo aveva portato sullo scranno dell’Abi, la Confindustria delle banche. Statera scrisse con la consueta maestria: «Nonostante i disastri evidenti e il vulnus reputazionale, Mussari viene eletto presidente della potente Associazione bancaria, pare con scarse opposizioni, tra le quali – a quel che si disse – quella del presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli». Ma il suo piglio aggressivo riscuoteva consenso e strappava applausi: costruiva polemiche con il governo Monti sulle commissioni ed attaccava frontalmente l’Eba dopo lo stress test di fine 2011. Nell’estate 2012 la riconferma, mentre la procura di Siena avviava un’inchiesta in sordina per una serie di presunti reati, sia precedenti che successivi all’acquisto di Antonveneta, che deflagrò in tutto il Paese il 22 gennaio 2013, quando Il Fatto Quotidiano riportò in prima pagina un titolo a quattro colonne: «Mps, i conti truccati e il contratto nascosto». Un giallo finanziario che pareva rubato a un best-seller di John Grisham, e che si concludeva all’italiana: 3,9 miliardi di euro sui bilanci dello Stato italiano, per sottoscrivere i Monti-bond con i quali Mps avrebbe fatto fronte alle sue perdite. Mussari, che da presidente dell’Abi riecheggiava le tesi tremontiane (le sparate contro la finanziarizzazione dell’economia, con l’attività bancaria sempre più dipendente dai mercati finanziari), da banchiere aveva sfruttato i derivati fantasma per ‘abbellire il bilancio’ della banca senese, accettando però di rilevare da Nomura anche derivati in perdita per centinaia di milioni nel bilancio 2012. Con un’operazione di scambio di titoli («asset swap»), Monte Paschi ottenne titoli di stato italiani, 3 miliardi di Btp a trent’anni, spostando così il rischio in portafoglio da un «rischio corporate» a un «rischio sovrano». Una nemesi degna di una tragedia greca: Mussari, il banchiere a digiuno di inglese e di derivati, divenne il cavallo di Troia della finanziarizzazione. E – ciliegina sulla torta – alla vigilia della crisi dei debiti sovrani. La brusca impennata dello spread tra i titoli decennali italiani e gli omologhi tedeschi dell’estate 2011, fino al picco di 575 punti base di novembre, dapprima ridusse i margini di guadagno dell’operazione con Nomura; ma non finiva qui, perché, nello stesso periodo, l’imposizione dell’European banking authority (Eba) alle banche europee di svalutare i titoli sovrani in portafoglio, penalizzò gli istituti italiani e spagnoli, in particolare quelli stra-carichi di bond delle rispettive nazioni come Mps. Il buco sembrava stratosferico. Mussari, la sera dello scoop del Fatto, presentò la lettera di dimissioni da presidente dell’Abi, ma quello che lasciò basito il Paese fu l’atteggiamento della classe dirigente, accompagnato dalla caduta dalle nuvole di Bankitalia, Vigilanza, Consob, revisori. Estinti i contratti derivati (Alexandria con Nomura e Santorini con Deutsche Bank), quelli che accettavano “un baratto tra spazzatura e oro“, a febbraio 2013, Mps riscrisse a bilancio perdite di ulteriori 700 milioni, ma niente di paragonabile ai 14 miliardi ipotizzati in un primo momento: grazie ai Monti Bond sarebbe stata sopportabile, se non si fosse verificata la fuga dei correntisti. Il panico, la psicosi di massa generata ed amplificata anche dalle bercia di Grillo in piazza e dalle supposizioni di buchi neri e tangenti sui media, aveva provocato una fuga di 11 miliardi prelevati dai depositi in un trimestre. Il 6 marzo, con un volo da dieci metri di altezza, si schiantava su un vicolo all’interno del comprensorio di Rocca Salimbeni David Rossi, direttore della Comunicazione e Marketing Mps. Sebbene sia stata scartata l’ipotesi dell’omicidio, ma la famiglia indaga tuttora su un caso opaco e tragico, la città di Siena usciva a pezzi dalla vicenda Mps.

Nessuna tangente né alcun “vantaggio personale” sono emersi dall’inchiesta sull’acquisizione di Antonveneta. Mussari ne è uscito innocente, anzi, il suo avvocato lo ha definito una vittima. Ma nel 2019 il Tribunale di Milano ha condannato a 7 anni e 6 mesi di carcere Giuseppe Mussari, a 7 anni e 3 mesi Antonio Vigni e a 4 anni e 8 mesi Gian Luca Baldassarri, ex vertici di Monte dei Paschi di Siena tra gli imputati per le presunte irregolarità nelle operazioni effettuate dalla banca senese tra il 2008 e il 2012 per coprire le perdite dovute all’acquisizione di Antonveneta. Ma gli Zonin, i Mussari, i Consoli hanno lasciato strascichi immensi: quelli che elargiscono mutui e finanziamenti agli amici o agli amici degli amici, o a chi sottoscrive obbligazioni subordinate della loro banca, hanno terrorizzato i correntisti italiani. Concludiamo con un ottimo spunto da Linkiesta: “Monte Dei Paschi, la Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Marche, Banca Etruria, accomunati da un rapporto malsano con il territorio da cui provengono, con una redditività da far spavento, con decine di migliaia di soci nonostante non producano uno straccio di utile da anni. Domanda innocente: è la recessione che ha prodotto una simile distorsione nel sistema bancario, o è un pezzo del sistema bancario, quello che non sa selezionare chi merita o non merita il credito, uno dei principali freni alla ripresa del Paese?“. Altro che Bail-In, la genesi di tutto è la Banalità del Male: l’assenza, sistematica, di meritocrazia nel Paese, l’opacità delle folgoranti carriere eccetera.

Tutto però iniziò con una versione italiana dell’inglese Don’t panic al TG1. Niente Panico, siamo italiani, sembrava dire il telegiornale nazional-popoplare, diretto da Gianni Riotta, poche ore dopo il fallimento di Lehman Brothers. Gli italiani cenavano, con lo sguardo rapito dagli scatoloni di quei ragazzi che, fino a 72 ore prima, erano golden boys della finanza globale, all’improvviso catapultati nella disoccupazione di quella che sarebbe diventata la Grande Crisi dopo il ’29. Niente panico, state fermi, le solite frasi fatte da TG1. Ma già a marzo 2009 Piazza Affari aveva patito più delle altre borse europee. Sullo sfondo s’intravedevano le preoccupazioni sui titoli bancari italiani. L’uragano si abbatteva su Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Popolare. Per infondere liquidità, ad ottobre, fra il gruppo di Profumo e Bankitalia avveniva uno swap di titoli di stato per 1,9 miliardi di euro, operazione che ricadeva nel piano di misure anti-crisi proposta dal governo. Stessa musica per Intesa e Monte dei Paschi di Siena. Anche in questo caso, il mercato – volatile come non mai – bocciava le misure adottate al fine di garantire contanti alle banche. Piazza Cordusio varava un aumento di capitale nell’ordine di 3 miliardi di euro, pur contando sui Tremonti Bond per altri 3 miliardi e sugli aiuti a Bank of Austria per 4,5 miliardi. Ma a pesare era la quantità di derivati su cui era esposto il gruppo verso l’Est Europa, mentre nessuno sembrava considerare più improbabile un default di Paesi quali Polonia, Lettonia ed Ucraina, la cui situazione all’epoca metteva i brividi agli investitori. E questa era la situazione del biennio 2008-2009, allo scoppio della crisi dei subprime e alla vigilia della recessione occidentale. Quella che avrebbe portato al credit crunch, alla crisi dei Debiti Sovrani, alle mega sofferenze delle banche italiane. Riportando le lancette dell’orologio indietro di quasi 9 anni, forse, il TG1 non avrebbe aperto l’edizione delle 20.00 invitando gli italiani a non farsi prendere dal panico. Tornando indietro, l’ottimo editorialista de Il Sole 24 Ore di allora ci avrebbe forse sollecitato ad allacciare le cinture di sicurezza. Il peggio non era affatto alle spalle, ma si celava dietro al suadente sorriso di un postino che suona sempre due volte, alla porta del contribuente italiano.

@CastigliMirella