Le conseguenze imprevedibili del Coronavirus, dai droni al Fintech fino al risiko bancario. (Corollario: Il sovranismo protezionista uccide il PIL)

L’impatto del Coronavirus nell’economia globalizzata. Corollario: Il sovranismo protezuionista è una boiata pazzesca

L’epidemia da coronavirus sta rallentando, ma finché non sarà debellata la paura (atavica) – e la psicosi di massa- indotta da una nuova “malattia sconosciuta”, per cui l’unico protocollo efficace è il contenimento della sua stessa diffusione, impossibile non ammettere che la globalizzazione abbia subito una battuta d’arresto che neanche la guerra dei dazi scatenata dal Presidente Trump, il profeta del neo protezionismo sovranista, avrebbe potuto immaginare nei suoi migliori auspici verso il decoupling fra USA e Cina.

L’impatto del Coronavirus sull’economia non è ancora devastante, ma ha senza dubbio dimensioni imponenti. Ha portato alla chiusura dell’impianto FCA in Serbia, a causa dell’interruzione della supply chain. Ha forse eroso i ricavi di Apple, una delle regine di Wall Street, appartenente al Club dei Trillionaire (le società quotate con oltre un trilione di dollari di valutazione), che infatti ha abbassato le attese del fatturato di marzo, dopo la chiusura degli stabilimenti dell’area dello Hubei, focolaio dell’epidemia. In Borsa ha seminato più volte il panico fra gli investitori a causa degli effetti che l’epidemia sta producendo sul mercato cinese: solo l’annuncio del rallentamento della diffusione del Coronavirus, per cui è stato di fatto coniato il neologismo Infodemia, nel suo epicentro ha fatto tirare un sospiro di sollievo.

In precedenza, solo l’epidemia della Sars, che nel 2003 durò otto mesi e generò un declino del tasso di crescita del PIL cinese di due punti percentuali, fece di peggio, escludendo fenomeni di ben più vasta portata nei secoli passati. Questa volta, il calo del PIL cinese dovrebbe essere intorno all’uno per cento, e cioè la crescita cinese dovrebbe passare dal 6 al 5 per cento. Secondo Capital Economics, il costo del protezionismo sovranista dovuto al Coronavirus ammonta già 280 miliardi di dollari solo nel primo trimestre 2020.

Il coronavirus, con i suoi 1775 morti su 72 mila infetti (un tasso di mortalità intorno al 2,4% contro l’oltre il 9% della Sars, secondo i dati dell’OMS di ieri), al di là di tutto, ha comunque un impatto significativo nella globalizzazione. Ha prodotto una riduzione del prezzo del petrolio, sceso di nuovo dal momento che la Cina ne sta consumando il 20% in meno. Il dollaro sta tornando al suo ruolo tradizionale di valuta rifugio (come l’oro) e nelle ultime settimane si è apprezzato sotto quota 1.10 contro euro. Lo yuan è tornato a deprezzarsi, dopo i guadagni grazie alla tregua, seppur armata, nella guerra commerciale con gli Usa. Ben 180 milioni di studenti in quarantena sono stati riportati a scuola grazie all’e-learning e alle classi virtuali della formazione a distanza.

Ma quali sono gli effetti (im)prevedibili del coronavirus nell’economia? Ci sono fenomeni che non ti aspetti. Potrebbe accelerare il passaggio alle consegne dell’e-commerce via droni e auto senza guidatori: i postini, che entrano in tante case e consegnano tanti pacchi, potrebbero essere visti come mezzi di contagio? Le driverless cars sono già utilizzate nell’area di Wuhan per portare beni di prima necessità ai milioni di abitanti della città dello Hubei, in quarantena da tre settimane. In tutta la provincia di Hubei vivono 60 milioni di persone.

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Ma, in futuro, la consegna delle merci via droni sarà realtà: il Coronavirus darà una spinta al mercato dei droni civili, che, forte di 2 milioni di mezzi prodotti all’anno, secondo Goldman Sachs già vale 13 miliardi di dollari a livello globale nel quinquennio 2016-2020 (in Italia è un settore da 100 milioni di euro, ma secondo l’Osservatorio Droni del Plitecnico di Milano è in pieno boom). Le onsegne via drone da parte di Alibaba in Cina e di Amazon nei centri urbani, tanto che è già entrata in vigore la normativa UE per il trasporto in città.

Altra conseguenza (im)prevedibile è l’accelerazione verso la Cashless Society e quindi potrebbe innescare un Risiko Bancario. Se la Cina disinfetta le banconote, significa che tutti saremo indotti a usare la propria carta di credito contactless dei negozi dotati di POS, per ridurre al minimo lo scambio di banconote (e di superfici contaminate) che possano diventare veicolo della diffusione del Coronavirus (COVID19). L’uso di moneta elettronica, pagamenti mobili via smartphone, potrebbe crescere e dare una spinta importante al’innovazione nel mercato dei pagamenti, e dunque al Fintech.

Non stupisce che l’ex banchiere di sistema, ed ex potente ministro dello Sviluppo del governo Monti, Corrado Passera, colui che ha sbloccato le startup con una legislazione ad hoc, abbia raggiunto l’utile già nell’ultimo trimestre del 2019 per la sua Illimity, la digital bank che un anno fa non esisteva ed è cresciuta fino a 3 miliardi di attivo nell’arco di 12 mesi, creando 200 posti di lavoro nuovi di zecca. Il momento del digital banking è adesso.

Grazie al Coronavirus, il 2020 sarà l’anno d’oro delle startup del fintech italiane e internazionali? Presto per dirlo, ma lo fa ipotizzare lo sbarco nel cuore di Milano di Plug and Play, azienda della Silicon Valley che ha accelerato 1.400 startup nel mondo solo nel 2019, con partner del calibro di Nexi e Unicredit. Unicredit che ha appena annunciato la chiusura di 450 filiali e il taglio di 6mila dipendenti (altri 2mila esuberi Ubi Banca, oggi nel mirino di Intesa Sanpaolo), dopo che fra la fine 2009 e la fine del 2018, nell’arco di apprena nove anni, in Italia siamo passati da 788 a 505 banche, da 34.000 a 25.400 sportelli e da 330.500 a 278.300 bancari (52mila in meno). E ricordiamo che Unicredit e Intesa Sanpaolo (che oggi ha annunciato l’offerta per Ubi Banca), rappresentano circa il 46% della forza lavoro del settore bancario. E metà dei dipendenti dovrà cambiare mansioni per far fronte all’evoluzione della Digital transformatuion.

La sfida tecnologica nelle banche è in atto, ma sta ulteriormente accelerando: la trasformazione digitale nel banking è un fenomeno irreversibile e forse a fare da volano al Fintech sarà proprio il Coronavirus…

All’AssiomForex di Brescia, giunto alla 26esima edizione, il Presidente di Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha spiegato che è l’ora delle concentrazioni per le piccole banche: il rapporto costi/entrate si ferma al 72%, gli Npl (i crediti deteriorati) sono ancora elevati e poco coperti, mentre sono urgenti gli investimenti digitali.

Il 2018 è stato un anno d’oro per i servizi finanziari guidati dalla tecnologia e per le aziende del settore Fintech, ma il meglio deve ancora arrivare. Secondo CB Insights, il mercato Fintech, che aveva chiuso il terzo trimestre 2018 in crescita dell’82% rispetto al 2017, ha visto 11 milioni di italiani (1 su 4)  sfruttare almeno un servizio fintech nel 2018: particolarmente apprezzati sono stati i servizi di mobile payment, i servizi per gestire il proprio budget personale e familiare e i servizi per i trasferimenti istantanei di denaro tra privati, oltre a servizi in ambito assicurativo (per esempio la gestione digitale dei sinistri e le micro-polizze).

Stando a un sodaggio, quasi otto giovani italiani sarebbero pronti a lasciare la propria banca e a passare a una Big IT: social media Facebook e società dell’economia digitale e IT come Apple e Google potrebbero diventare banche e una Amazon Bank potrebbe diventare realtà. I colossi digitali infatti godono della fiducia (quasi fideistica per alcuni brand) dei consumatori e di un indubbio vantaggio per redditività e valutazioni di borsa. L’impetuosa crescita delle app nel Mobile banking ha davvero cambiato il panorama dei servizi finanziari in Italia. Perfino i robo analyst vantano performance migliori dei colleghi umani nella equity research e minacciano già gli analisti finanziari.

E da una survey di Tink emerge che negli istituti di credito italiani il 52% dei manager bancari (contro la media europea del 35%) si dice preoccupato per la concorrenza delle Big IT nel mobile banking e negli m-payments (i pagamenti via smartphone, tablet e smartwatch), dal momento che già negli Usa il mobile banking si sta confermando come il canale preferito per accedere ai servizi finanziari. Sempre più serrato l’assedio delle Big IT al sistema finanziario su pagamenti, credito e gestioni. Ovviamente l’uso del digitale in banca è correlato con la maturità tecnologica dei Paesi, ma l’Italia, seppur invecchiata, potrebbe subire una disruption rapida grazie ai Millennial e ai Nativi Digitali. Considerate che il 15% dei millennials italiani ha già maneggiato una criptovaluta, e si tratta della percentuale più elevata nei Paesi europei: i consumatori si dicono pronti per le monete digitali purché le emetta un’istituzione finanziaria riconosciuta, credibile ed affidabile (l’ottovolante dei Bitcoin non convince, insomma). Inoltre, le valutazione di molte banche risultano depresse (con una quotazione sotto il patrimonio tangibile, fatto evidente per le banche italiane e tedesche) perché, stando a una survey di Oliver Wyman, solo un investitore su quattro oggi è convinto e si fida dei piani di innovazione digitale implementati dalla sua banca. La spagnola Bbva ha triplicato in 5 anni i propri clienti mobile, mettendo in campo un modello di digital banking di successo. E molto studiato è l’approccio delle banche scandinave, una strategia che convince in termini di efficienza e innovazione.

Le app bancarie e finanziarie più scaricate in Europa

In Europa alcuni Paesi come la Svezia sono già molto vicini alla cashless society, ma i ritardi italiani, dovuti al divario culturale e digitale di una popolazione anziana (anche se gli Over65 sono molto tecnologici!) – ritardi accumulati soprattutto nella regolamentazione della finanza digitale -, non devono sviare: in Italia c’è grande spazio per il fintech perché nel nostro paese a un alto costo medio di finanziamento (in termini di mark-up del sistema bancario) corrisponde ancora una bassissima penetrazione delle start up digitali. Poi la blockchain cambierà il volto della finanza, e si vedrà quanto.

Il livello di digitalizzazione (Fintech e digital banking) dei principali paesi europei nel 2019

Naturalmente l’Asia – coronavirus o no – è l’ecosistema perfetto per l’innovazione finanziaria: il futuro del banking partirà infatti dall’Asia dove alla fine di quest’anno si conteranno 1,7 miliardi di correntisti digitali. In termini di investimenti e innovazione, il sistema bancario globale è sempre di più a trazione asiatica e americana.

La notizia di oggi è l’offerta di 4,9 miliardi di euro da parte di Banca Intesa per acquisire Ubi Banca, che porterebbe alla gestione di risparmi per 1,1 trilioni di euro e potrebbe dare l’avvio a un nuovo ciclo di concentrazioni e di consolidamento o Risiko bancario nell’era della banca multicanale, ponendo un argine alla polverizzazione del credito. La presenza di consumatori digitali e di una forte concorrenza tra intermediari spinge le banche a scommettere maggiormente sull’innovazione: le alleanze fra banche e fintech stanno accelerando a ritmi sempre più serrati, visto che l’innovazione è il futuro, se è vero – e lo è – che dal 2015 ad oggi i cinque maggiori venture capital mondiali hanno raccolto 56 miliardi di dollari.

Sappiamo che nel mercato Usa la percentuali di clienti bancari che fa affidamento solo ai canali digitali rimane bassa per ogni classe di età, ma l’omnichannel (ovvero il multicanale) bancario è il futuro e la cashless society potrebbe essere dietro l’angolo, sostenuta anche dalla paura del Coronavirus e dalle conseguenze di questa infodemia. Le filiali delle banche dovrebbero cambiare volto con terminali automatizzati, tablet, pareti interattive, collegamenti in remoto. I canali digitali sono ormai in grado di coprire larga parte dell’offerta bancaria e presto i consumatori supereranno la “dipendenza psicologica” dalla filiale. Non avremo dunque istituti senza filiali, ma ci sarà una drastica riduzione delle reti commerciali. Le aree di alleanza fra banche e Fintech saranno i pagamenti e le gestioni. Il cambiamento è qui e le opportunità vanno colte oggi.

La banca multicanale è il modello di banking che molti istituti dovranno imparare ad applica

Autore: @CastigliMirella

@CastigliMirella, giornalista pubblicista. Dal 2000 ha collaborato con PC Magazine, Computer Idea, dal 2004 con VNUnet, dal 2007 al 31marzo 2017 con ITespresso.it. Con il progetto delle "Linee guida per la promozione della cittadinanza digitale: E-democracy", ha collaborato con il Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie. Libri pubblicati: "I motori di ricerca nel Caos della Rete" (ShaKe edizioni, 2000); "Mela Marcia" (Agenzia X, 2010); "Faccia da Web" (Reg. Toscana e Dip. della Gioventù della Pres. del Consiglio dei Ministri); "Zero Privacy" (Videa #InstantBook, 2014). Nel 2013 ha collaborato con DigiArte 2013 - 10th edition, mostra d'arte che ha per la prima volta portato in Italia i Google Glass. A inizio 2014 ha pubblicato PorkaTroika, pamphlet dal titolo provocatorio che spiega come siano usciti meglio dalla crisi i Paesi che hanno seguito le ricette della Troika per abbattere il debito, e-book in vendita su Amazon al prezzo provocatorio di 99 centesimi: https://www.amazon.it/Porka-Troika-Ammazza-che-Crisi-ebook/dp/B00I8IVU6E

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