Bankitalia: l’indipendenza è una pietra miliare. Ma Enria (BCE) ammette: La gestione delle crisi bancarie non è ancora efficace, bisogna fare meglio e di più

La prospettiva della vigilanza bancaria tra passato e futuro. Il ruolo di Bankitalia e dell’EBA. Lo scandalo di Banca Popolare di Bari

Dopo il caso Popolare di Bari, salvata pochi giorni fa dal governo Conte II con un investimento in extremis da 900 milioni di euro, e che segue a stretto giro gli spinosi casi di salvataggio della banca Carige di Genova (governo Conte I) e delle due Banche venete (governo Gentiloni), senza dimenticare il salvataggio di Mps (governo Monti e seguenti) e Banca Etruria insieme alle altre popolari del Centro Italia (governo Renzi, proprio nel dicembre 2015, sembra ieri), c’è chi torna a mettere in dubbio la capacità di vigilanza esercitata da Bankitalia. Un solo dato: Bankitalia vigilava sulla Pop di Bari dal 2010, ma – evidentemente, visti i risultati – non è stato sufficiente. Un tema caldissimo e complesso che il Paese dovrà affrontare in maniera seria, approfondita e soprattutto pragmatica (affinché certe inefficienze nella gestione delle crisi bancarie, ammessa da Andrea Enria della BCE, non si ripetano mai più). Senza però cedere alle facili scorciatoie del populismo che, dai tempi dello scandalo Mps, agita il vessillo delle crisi bancarie come arma contro le élite incapaci e paventa lo spettro del Bail In per terrorizzare i risparmiatori coinvolti nei crac bancari e fare piazza pulita delle vituperate classi dirigenti, buttando il bambino con l’acqua sporca. Ma non è semplice fare chiarezza, mentre soffia forte il vento dell’antipolitica: proprio in queste ore Elio Lannutti, ex capo dell’Adusbef, pur avendo un figlio dipendente della Popolare di Bari, si presenta come il candidato del M5S alla presidenza della Commissione d’inchiesta sulle banche, difeso ad oltranza da Antonio Di Pietro contro PD e Italia Viva (IV) che invece accusano Lannutti di essere un professionista della demagogia e perfino antesemita (in effetti il senatore pentastellato non mancò di esibire sulla sua bacheca Facebook “I Protocolli di Sion”, una paccottiglia complottista antisemita, usata perfino dal nazifascismo contro gli ebrei: una delle più smascherate Fake News della storia, insomma, ma che nei sottoboschi social gira indisturbata insieme alle bufale più abusate). Ma, al di là delle reciproche accuse fra i difensori di Lannutti e i suoi detrattori, un vero fuoco incrociato che paralizza il Parlamento in queste ore, rimane sul tavolo il tema vero: in Italia e nell’Eurozona qualcosa non funzione nella gestione dei crac bancari. Anche il Presidente della Vigilanza BCE sulle banche, Andrea Enria, nel corso di una conversazione con gli studenti all’Università La Sapienza, interpellato sulla Pop di Bari, ha chiosato: “La mia esperienza è che il punto chiave è che non ci siamo ancora sull’efficacia e sul funzionamento del meccanismo per gestire le crisi bancarie. Parole pesanti che vanno prese in grande considerazione.

Però, prima di affrontare le crisi bancarie di questi anni (iniziati con Banca 121 e Mps, seguiti con le banche del centro Italia che tanto livore hanno causato agli ex governi e di cui parlerò nei prossimi post…), vorrei partire da un punto fermo: un conto è mettere a punto la cassetta degli attrezzi per gestire le crisi, un altro è mettere in dubbio, con superficialità ed arroganza, l’indipendenza della Banca d’Italia. Migliorare i processi e rendere la gestione delle crisi più efficace sono obiettivi da raggiungere in tempi brevi, anche nel caso di una banca catalogata come meno rilevante per le sue ricadute sistemiche. Tuttavia, nel frattempo, ci permettiamo di ricordare che l’indipendenza di Bankitalia rimase l’unica ancora di salvezza per recidere in maniera netta l’intreccio di malaffare e di criminalità già ai tempi dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, l'”eroe borghese“, ucciso freddamente perché si era rifiutato di farsi cooptare nel sistema Sindona, un affarista senza scrupoli, personaggio dai due volti, ma soprattutto uomo della mafia che Licio Gelli (allora al vertice della P2, loggia massonica segreta Propaganda 2) avrebbe voluto a capo di Bankitalia al posto del grande Guido Carli. Parliamo degli anni del crac del Banco Ambrosiano: sembrano trascorsi secoli da allora, ma, senza questa doverosa premessa, così lontana negli anni e avvolta nella nebbia per i ragazzi che oggi leggono i quotidiani, forse dovremmo chiudere il Mac e darci all’ippica. Perché allora fu l’intreccio di un mondo fin troppo chiuso, con un credito rarefatto, che arrivò a controllare i gangli dello Stato, della magistratura, della politica e della finanza, al centro di una ragnatela del potere occulto. Per dare un’idea di quegli anni bui, densi di morti ammazzati e fatti tragici, in cui uomini specchiati come Ambrosoli pagarono con la vita la loro fedeltà allo Stato italiano, ricordiamo solo un paio di aneddoti, citati di recente da Ferruccio de Bortoli: Andreotti giunse a salutare Sindona, già benedetto come sincero anticomunista, come “un salvatore della Lira“.

Ma chi era in realtà Michele Sindona e perché l’indipendenza di Bankitalia non può essere messa in dubbio neanche oggi? Da una parte il mondo conosceva il volto pubblico, rampante ma all’apparenza pulito di Sindona, uomo potente con un affermato studio in Via Turati, nel cuore della Milano pulsante degli affari, uno speculatore capacissimo, spregiudicato ma vincente, capace di conquistare tutte le copertine patinate della stampa (pure La Repubblica ne subì il fascino in una fase iniziale, essendo all’oscuro delle origini della fortuna di Sindona) e, fra un accordo e l’altro, stipulava patti di grande successo, ma, dietro l’immagine di pubblico dominio Sindona nascondeva una seconda faccia, come un novello Giano bifronte, il volto oscuro del Potere. Solo Ugo La Malfa, l’indimenticabile capo del Partito Repubblicano italiano (PRI) ne aveva colto in pieno il pericolo: Michele Sindona era infatti, nella realtà, un affarista senza scrupoli, capace di costruire un impero acquisendo piccole realtà bancarie che versavano in enorme difficoltà e venivano messe insieme, manovrando nel sottosuolo un mondo buio e criminale la cui frequentazione alla fine gli costò la sua stessa vita. Alla fine dei ruggenti anni ’60, gli anni del boom economico in cui l’Italia galoppava a ritmi cinesi, Sindona aveva raggranellato un piccolo grande gruzzolo, oggi si direbbe un tesoretto: 40 milioni di dollari, un’enormità per quell’epoca in cui l’Italia, ex rurale, in piena industrializzazione post-bellica, emergeva dalla frugalità e si affacciava nel dorato mondo del benessere occidentale. Perfino le Bibbie del business anglosassone come Time e Business Week incensavano Sindona come un esempio da imitare, anche la politica italiana ne era ammaliata. All’apice del successo nell’alta finanza a stelle e strisce, il nostro Giano Bifronte arrivò a mettere le mani sulla 20esima banca d’America, entrando nel giro di un brillante avvocato conservatore, anch’egli astro nascente nel mondo politico americano, Richard Nixon, futuro Presidente degli USA (sì, quello del Watergate) e dei circoli oltranzisti di destra, il cosiddetto “partito del golpe”. Ma è un Cittadino al di sopra di Ogni Sospetto, apprezzato perfino da Montini (futuro Pontefice, col nome di Papa Paolo VI), che lo scelse come socio dello Ior. Parliamo dello Ior di Marcinkus, un uomo che (secondo Sindona) “s’illuse di diventare banchiere” senza averne le capacità. Fin dagli anni ’60, Sindona era amico di Licio Gelli, il creatore della P2, che, come dicevamo, avrebbe voluto spingere Sindona alle soglie del tempio del Potere, addirittura a capo di Bankitalia. Il giornalista Enzo Biagi fu uno dei primi a illustrarne ombre e luci. Sindona, che negava di coltivare progetti eversivi, non considerava Licio Gelli un filantropo, ma un anticomunista “sincero” dopo l’uccisione del fratello nella guerra civile di Spagna. Andreotti arrivò a definire Sindona come “un salvatore della Lira“.  Questo era lo scenario che si presentava a un lettore distratto di giornali.

La caduta di Sindona fu repentina e rumorosa quanto la sua stellare ascesa e coincise con una recessione mondiale. Provocò un buco enorme, una voragine, il crac bancario insieme alla scoperta delle scatole vuote. Fu uno choc scoprire che Sindona fosse il banchiere della mafia. Lui, definito Uomo dell’anno dall’ambasciatore americano dell’epoca, si dichiarò un perseguitato. Quando Guido Carli affidò a Giorgio Ambrosoli il ruolo di Liquidatore Unico dell’impero di Sindona, prima apprezzò l’idea di distruggere quella rete malata, il puzzle dei crediti e debiti di quell’impero (connessioni fra la banca privata, i partiti politici, massoni, cardinali, capitali della mafia…), ma subito capì di essere solo. E Ambrosoli ancora più isolato.

L’indipendenza della Bankitalia fu l’unica ancora di salvezza per rompere questo intreccio di malaffare e criminalità. A farne le spese fu l’eroe borghese Giorgio Ambrosoli, ucciso freddamente perché si era rifiutato di farsi cooptare. Fu il primo di una serie di efferati omicidi, cui seguì il “caffè alla Pisciotta” che uccise Sindona. E poi la scoperta del cadavere di Roberto Calvi, trovato impiccato a una corda legata sotto il ponte dei Frati neri di Londra. Ma questa è un’altra storia.

La verità è che, senza Guido Carli e senza l’indipendenza della Banca d’Italia, la storia d’Italia sarebbe stata costellata di orrori (ed errori) ancora più funesti. Quindi, gettiamo l’acqua sporca, risolviamo urgentemente il nodo della gestione dei crac bancari, semplifichiamo e rendiamo efficiente la vigilanza (aver costretto la Pop di Bari a comprare la Banca fallita Tercas, imbarcando una mole eccessiva di crediti deteriorati Npl, non ha certo giovato, anche se è stata solo una delle tante negligenze, in una banca che taroccava i conti ad ogni livello). Ma non gettiamo il bambino con l’acqua sudicia. Lo dobbiamo anche solo alle memoria (condivisa) di Guido Carli e di Giorgio Ambrosoli. E alla messa in sicurezza del sistema bancario italiano, su cui pesa il debito pubblico, il vero macigno che impedisce al Paese di uscire dalle sue ricorrenti crisi.

Mirella Castigli https://twitter.com/castiglimirella

Autore: @CastigliMirella

@CastigliMirella, giornalista pubblicista. Dal 2000 ha collaborato con PC Magazine, Computer Idea, dal 2004 con VNUnet, dal 2007 al 31marzo 2017 con ITespresso.it. Con il progetto delle "Linee guida per la promozione della cittadinanza digitale: E-democracy", ha collaborato con il Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie. Libri pubblicati: "I motori di ricerca nel Caos della Rete" (ShaKe edizioni, 2000); "Mela Marcia" (Agenzia X, 2010); "Faccia da Web" (Reg. Toscana e Dip. della Gioventù della Pres. del Consiglio dei Ministri); "Zero Privacy" (Videa #InstantBook, 2014). Nel 2013 ha collaborato con DigiArte 2013 - 10th edition, mostra d'arte che ha per la prima volta portato in Italia i Google Glass. A inizio 2014 ha pubblicato PorkaTroika, pamphlet dal titolo provocatorio che spiega come siano usciti meglio dalla crisi i Paesi che hanno seguito le ricette della Troika per abbattere il debito, e-book in vendita su Amazon al prezzo provocatorio di 99 centesimi: https://www.amazon.it/Porka-Troika-Ammazza-che-Crisi-ebook/dp/B00I8IVU6E

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